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Trieste, in stand-by l'accordo sulla Ferriera: nuova assemblea dei lavoratori

Ancora nessuna data ufficiale per la firma dell’intesa chiave sulla riconversione. E oggi addetti riuniti a distanza. La Cgil invita tutti a scendere in piazza venerdì

TRIESTE Sulla firma dell’Accordo di programma ancora non si muove foglia e i lavoratori della Ferriera si autoconvocano in una nuova assemblea organizzata al di fuori dei sindacati. Il confronto si terrà oggi pomeriggio e il primo punto all’ordine del giorno è la manifestazione indetta per venerdì mattina dalla Cgil sotto la sede della Regione in piazza Unità. Il sindacato è l’unico a essersi schierato contro l’accordo firmato da tutte le altre sigle con il gruppo Arvedi e punta a un’ultima mobilitazione prima che arrivi il via libera all’Adp.

L’assemblea è stata organizzata ancora una volta su piattaforme digitali per consentire la massima partecipazione e permettere ai lavoratori di esprimersi senza l’emozione di intervenire davanti a qualche centinaio di persone. La manifestazione di venerdì sarà argomento principale, ma aggiornamenti saranno dati anche sull’avvio della cassa integrazione, dopo che l’azienda si è servita degli ammortizzatori del governo per accompagnare il lockdown.


A dare la carica per il presidio in piazza è il segretario provinciale della Cgil Michele Piga, che invita tutto lo stabilimento a mobilitarsi: «Arvedi e Icop non danno sufficienti garanzie sul fronte dell’occupazione. Almeno da quanto dice la stampa, visto che nell’ultimo incontro in Prefettura il ministro Patuanelli aveva annunciato che avrebbe consegnato a stretto giro la bozza definitiva dell’Adp, ma stiamo ancora aspettando dopo dieci giorni. Vogliamo incontrare il ministro e il presidente Fedriga per avere garanzie sulla piena occupazione promessa, che deve essere un obiettivo di tutte le sigle sindacali. A più riprese è stato detto che la riconversione sarebbe stata unita a filo doppio con il mantenimento dei livelli occupazionali, ma non sta avvenendo. E noi parliamo anche degli interinali e di tutto un indotto in cassa integrazione».

Per l’esponente Cgil, «un processo guidato da una marea di soldi pubblici, non può concludersi lasciando un solo disoccupato in strada. Le promesse vanno mantenute per tutti e fino in fondo».

Piga interpreta la manifestazione non solo come una battaglia per la Ferriera: «La visione va allargata a tutta la difficile situazione del comparto produttivo triestino, tanto più davanti agli effetti pesanti che il coronavirus avrà sull’economia». Con la fine dell’area a caldo si perderà un punto percentuale di quel già magro 9,5% che le attività industriali rappresentano sul prodotto interno lordo realizzato annualmente a Trieste. Ecco allora che secondo Piga, «per l’area di crisi complessa serve manifattura e non solo logistica, perché solo l’industria genera vera occupazione. La riconversione doveva comprendere anche nuova industria connessa al porto, ma non si vede alcuna prospettiva».

E qui spunta ancora una volta il convitato di pietra di ogni discorso riguardante le prospettive di sviluppo della città. Quel regime di porto franco che l’Autorità portuale e i terminalisti invocano da anni per attirare in città industrie che permettano alle merci di fermarsi a Trieste per le trasformazioni. È lo stesso Zeno D’Agostino ad aver sempre detto che, con il lavoro portuale sempre più automatizzato, è la manifattura a generare occupazione, mentre il ministro Stefano Patuanelli ha dichiarato che proprio sull’introduzione del regime di esenzioni fiscali si misurerà l’efficacia della sua azione nei confronti di Trieste. Sul porto franco la posizione della Cgil è allineata ma tagliente: «Lo sviluppo passa da qui, ma finora si sono sentiti solo tanti impegni e tante promesse», dice Piga. —




 

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