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Transito ai valichi, Italia e Slovenia al lavoro per trovare l’accordo bilaterale

Controlli al confine di Fernetti (Lasorte)

Per Lubiana serve un quadro epidemiologico similare. Il “modello” Croazia come base di confronto degli esperti

LUBIANA Non ci sono dietrologie che tengano, la Slovenia ha un maledetto bisogno che si aprano i confini. A Nord con l’Austria, vera chiave di volta dell’intero sistema turistico dell’area di quella che fu la regione di Alpe-Adria, e a Ovest con l’Italia. Italia con cui nessun apertura di confine è possibile prima del 3 giugno. Ecco perché i due Paesi si stanno intensamente parlando dopo che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è sentito telefonicamente con il premier Janez Janša nei giorni scorsi.

Da qui è partito il segnale di via libera ai rispettivi ministri degli Esteri, Di Maio e Logar di elaborare i termini di un accordo che permettano il transito attraverso i confini tra Italia e Slovenia dopo il 3 giugno. Facendo un passo indietro va ricordato che il 14 maggio scorso la Slovenia, proclamando la fine dello stato di emergenza per pandemia da Covid-19, aveva di fatto aperto i suoi confini.

Ma, nonostante chi si recasse in Slovenia dall’Italia dovesse affrontare al suo rientro il periodo di quarantena, le autorità di Lubiana avevano osservato centinaia di attraversamenti dei valichi (soprattutto triestini a caccia dell’agognato pieno di benzina) ai quali non faceva seguito alcun atto da parte delle autorità italiane al reingresso. Da qui, secondo fonti diplomatiche slovene, la decisione di chiudere tutto e demandare le aperture ad accordi o a livello europeo oppure a livello bilaterale, come è accaduto tra la Croazia e la Slovenia, tra Paesi che comunque hanno una fotografia epidemiologica simile.



Anche per questo motivo la prossima settimana si vedranno a Lubiana i vertici dell’Istituto superiore di medicina di Roma con quelli dell’Istituto nazionale per la salute pubblica della Slovenia proprio per elaborare una sorta di protocollo comune relativo ai transiti di frontiera. Fonti vicine al ministero degli Esteri di Lubiana spiegano che si lavorerà sulla falsariga di quanto già avviene tra Slovenia e Croazia. Ossia il turista che entra in Slovenia dovrà dichiarare se è in transito (verso la Croazia o altri Paesi) mentre se la sua meta sarà la Slovenia dovrà esibire le prove di avere una prenotazione alberghiera o simili lasciando il numero di cellulare alla polizia di frontiera e impegnandosi per una settimana a misurarsi la febbre.

Se dovesse verificarsi il caso che questa dovesse essere superiore a 37,5° scatterà l’obbligo di contattare le autorità sanitarie del luogo. Ma Zagabria sostiene di avere pronta un’applicazione web che vanificherà qualsiasi controllo al confine. Diverso è il discorso per il transito transfrontaliero di un giorno o di poche ore per il quale potrebbe anche valere il discorso dell’autocertificazione. E, oltre che del turismo, la Slovenia ha un tremendo bisogno di questo traffico. Bastano alcune cifre: il 90% degli ospiti dei casinò sloveni sono italiani e dei 1.200 addetti del settore attualmente in Slovenia ne lavorano solo 90. Uno studio poi ha rilevato che il 70% della clientela dei supermercati e dei centri commerciali sloveni vicini al confine è italiana.



Sull’apertura dei confini con Italia e Austria ieri il ministro degli Esteri sloveno, Anže Logar ha detto, dopo l’incontro con l’omologo croato al valico di Dragogna, che bisogna prendere in considerazione il quadro epidemiologico di questi due Paesi. La Slovenia, ha precisato, sta lavorando perché l’apertura dei confini avvenga il più presto possibile, ma servono degli accordi bilaterali e la diplomazia slovena ci sta lavorando con zelo. Ma se Roma non rema contro Lubiana lo stesso non si può dire di Vienna con il cancelliere Kurz che definito come problematiche le situazioni ai confini con Italia e Slovenia nascondendo neanche troppo velatamente la sua politica di “protezionismo” (quasi una bestemmia nell’Ue) del proprio turismo nazionale e strizzando l’occhio a Slovacchia, Cechia e Ungheria per dare vita a una sorta di mini-Schengen ai tempi del coronavirus che innescherebbe di fatto il corridoio turistico verso le coste croate, richiudendo così la pietra tombale sui comparti turistici di Slovenia e Friuli Venezia Giulia. E non a caso ieri il governatore del Fvg Massimiliano Fedriga ha chiesto al ministro Luigi Di Maio di evitare assolutamente aperture asimmetriche dei confini. —

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