L’addio a «Eugenio Ravignani, padre e pastore» simbolo della Trieste multietnica

Politici, vescovi e rappresentanti delle altre confessioni della città ieri a San Giusto per la funzione officiata da Crepaldi 

TRIESTE Un protagonista, il virus. E quindi le mascherine e i banchi semivuoti. I canti poco più che accennati. Le mani che bisogna passarsi con il sapone prima di entrare in chiesa, ma che non si possono stringere per il gesto della pace. Non c’è l’acqua santa per farsi il segno croce. Ci sono invece le pinzette per la distribuzione dell’ostia. Che rendono il momento della comunione quasi arido. Distaccato. No, ieri mattina non c’era calore per l’ultimo saluto al vescovo Eugenio Ravignani. «È davvero triste trovarsi a messa in questo modo», riflette un prete triestino uscendo dalla cattedrale: «Ed è difficile per noi sacerdoti celebrare ogni giorno così. Con il distanziamento, le regole... eccetera... si perde tutto il valore della comunità, il calore dello stare assieme». Gli altri preti accanto ascoltano e annuiscono.



È stata una messa veloce, quella di ieri, dove di fatto si accedeva solo su invito: autorità, alcuni sacerdoti e i rappresentanti delle associazioni e dei movimenti ecclesiali. Pochi posti e selezionatissimi, proprio per assicurare il rispetto del distanziamento sociale. Una celebrazione, insomma, che in altri tempi sarebbe stata trasformata in un evento cittadino ma che invece si è risolta in un rito quasi formale.



C’era un vescovo di Trieste da onorare. Il vescovo Eugenio, un uomo di chiesa e di cuore, per quanto schivo e riservato. E cui i triestini hanno voluto bene. Ecco cosa sono i funerali – e le messe – con in mezzo la paura del contagio. Ne sa qualcosa chi, in questi mesi, ha fatto i conti con parenti e amici malati e morti. E ieri, in cattedrale a San Giusto, nella liturgia esequiale, si è materializzato tutto ciò. Nessun saluto delle autorità, pur presenti in un numero significativo. Stonava, eccome, tutta questa freddezza per un uomo di calore e di pace. È stato l’arcivescovo Giampaolo Crepaldi, nella sua omelia, a richiamare agli occhi di tutti il volto buono del vescovo Eugenio.

Crepaldi ha voluto prima soffermarsi sull’affetto di cui Ravignani è stato circondato negli ultimi mesi di malattia: la preghiera del presbiterio, l’assistenza dei familiari, dei medici e degli infermieri. E quella premurosa di don Umberto Piccoli, il prete che più è stato vicino al vescovo emerito. «Gesù buon pastore – ha riflettuto l’arcivescovo – è stato il punto di riferimento che ha inspirato e dato forma al suo ministero episcopale attraverso l’esercizio di un’incessante e infaticabile carità pastorale che è andata dispiegandosi in maniera feconda prima nella diocesi di Vittorio Veneto, poi a Trieste». Crepaldi ha poi fatto riferimento al testamento spirituale lasciato dal predecessore, citando le sue parole. Lì dove Ravignani scrive di «aver sinceramente amato la Santa Chiesa che è in Vittorio Veneto e non ho mai cessato di amarla. Mi aveva accolto con fiducia ed io ho cercato di servirla». E di «aver amato e amo questa Santa Chiesa che è in Trieste. L’ho amata e l’amo nei suoi sacerdoti. L’ho amata nei religiosi con tutte le religiose consacrate a Dio. Ho amato e amo ancora questa Chiesa in cui vivono fratelli italiani e sloveni che, insieme, nel rispetto delle diversità di lingua e di cultura, danno testimonianza di unità nella fedeltà a Cristo e al Vangelo. Di tutti, con il medesimo amore, ho voluto essere padre e pastore».



«Padre e pastore – ha aggiunto Crepaldi – sempre pronto, con tratto delicato e intuito educativo, a suscitare e coltivare vocazioni e ministerialità ecclesiali». Non è mancato un passaggio sul lavoro ecumenico portato avanti dal vescovo emerito. “La sua carità pastorale – ha suggerito l’arcivescovo – ebbe le braccia aperte, nei modi di un dialogo composto e rispettoso, verso gli orizzonti dell’incontro ecumenico e interreligioso, connaturali alla realtà tergestina. Un’apertura che ha raggiunto anche la nostra città alla quale dedica uno dei passaggi più significativi del suo testamento: “... ho amato la Città, nella sua storia sofferta, nella ricchezza delle culture che qui si incontrano, nella complessità dei suoi problemi».

In cattedrale, dietro alle mascherine, si riconoscevano i volti del sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, del sindaco di Muggia Laura Marzi, del presidente della Regione Massimiliano Fedriga, del suo vice Riccardo Riccardi, di Riccardo Illy, di Renzo Tondo. E, ancora, ecco il prefetto Valerio Valenti, il questore Giuseppe Petronzi, il comandante dei Carabinieri Stefano Cotugno. Hanno voluto essere presenti i vescovi di Gorizia Carlo Redaelli, di Udine Bruno Mazzocato, di Vittorio Veneto Corrado Pizziolo (assieme a una delegazione del posto, dove Ravignani è stato vescovo dal 1983 al ’97) e il vescovo emerito di Pordenone, Ovidio Poletto, che è stato vicario di Ravignani sempre a Vittorio Veneto. Rappresentate tutte le confessioni: la greco-orientale, la serbo-ortodossa e la rumeno-ortodossa. E poi la chiesa luterana, la valdese metodista elvetica, l’avventista. Ravignani è stato sepolto in cattedrale, accanto alle tombe di Antonio Santin e Lorenzo Bellomi.—


 

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