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Il dopo Covid 19 tra claustrofilia e claustrofobia

Nel passaggio dalla fase 1 alla fase 2 emergono le paure. Tra queste c'è la difficoltà di abbandonare il chiuso dell’isolamento: una sorta di attaccamento alla casa e addirittura alla stanza che possiamo chiamare “claustrofilia”, al quale si oppone l’esigenza dell’aperto, il bisogno di uscire fuori, l’impossibilità “claustrofobica” di restare ancora rinchiusi.

TRIESTE Tra le molte narrazioni dei nostri comportamenti quotidiani, nel passaggio dalla fase 1 alla fase 2 del contagio, un particolare interesse suscitano i resoconti che gli psicoanalisti ci forniscono a proposito dei loro pazienti.

Traspaiono ovviamente delle paure. Nello specifico emerge la difficoltà di abbandonare il chiuso dell’isolamento: una sorta di attaccamento alla casa e addirittura alla stanza che possiamo chiamare “claustrofilia”, al quale si oppone l’esigenza dell’aperto, il bisogno di uscire fuori, l’impossibilità “claustrofobica” di restare ancora rinchiusi.


Questa sintomatologia rispecchia quello che ci sta accadendo adesso. Sembra prevalere ovunque l’emozione, quasi l’euforia del poter finalmente uscire di casa in libertà dopo novanta giorni di lockdown: un generale respiro di sollievo pare accomunarci, addirittura farci scoprire la bellezza di piccoli gesti che avevamo dimenticato, aria fresca, corpo libero, il sole in faccia, e magari la sabbia sotto i piedi. Eravamo arrivati quasi al limite della sopportazione, molti hanno sentito crescere dentro di sé proprio una fobia dello star chiusi e vorrebbero finalmente cominciare a rivivere luoghi e relazioni senza più impedimenti. Non vedono l’ora di buttar via queste fastidiose mascherine.

Ma qui gli esperti della psiche lanciano un avvertimento molto diverso dalle pressanti esortazioni alla cautela che arrivano dagli specialisti della salute, medici e scienziati, e dagli stessi governanti che le rilanciano ossessivamente sui media. I virologi dicono quasi all’unisono: «Il virus non è sotto controllo, la pandemia può ripartire, ne avremo a lungo e forse neppure il vaccino risolverà tutto». I responsabili della politica ammettono: «Abbiamo dovuto ripartire altrimenti il Paese cadeva economicamente in ginocchio, ma il rischio rimane alto, continuiamo a vivere in una situazione di pericolo». Segue, come una litania, la sequenza delle cautele minime: tenere la distanza, indossare le mascherine, lavarsi le mani, mentre la televisione ci mostra l’affannoso darsi da fare dei sanificatori dei locali e degli oggetti.

Gli specialisti della psiche, gli analisti più pensanti, ci mettono invece di fronte a un ostacolo meno scontato: ci dicono che l’uscita all’aperto, la famosa fase 2, porta con sé un aspetto traumatico, anzi che essa stessa è un trauma per ciascuno di noi. Non è possibile denegarlo, non è però qualcosa a cui dobbiamo soccombere: si tratta di trasformarla in un’opportunità. Così Massimo Recalcati ricorda il “cambiamento catastrofico” teorizzato da Wilfred Bion e ci invita (cfr. La Stampa del 7 maggio) ad accettare la necessità di abitare questa «condizione di incertezza e precarietà», attraverso una postura mentale che dobbiamo inventarci e che potrebbe dar luogo a una “nuova politica” (“umana”, “commovente”, “misteriosa”, “poetica”, come la chiama Pier Paolo Pasolini).

Da dove nascerebbe una simile esigenza, che cosa ci aiuterebbe ad assumere questa “postura mentale”? La risposta ha a che fare con il lavoro su noi stessi che il lungo isolamento ha favorito: non per tutti, non in tutti i casi, ma il nesso sta lì, nella costruzione di un atteggiamento soggettivo che ciascuno ha avuto modo di plasmare almeno un poco. Se continuiamo a portarci dentro il trauma creato dal virus e se manteniamo viva la possibilità di rivolgerlo a nostro vantaggio, senza illuderci che tutto stia tornando alla stessa normalità di prima, allora ci siamo procurati una chance concreta di trasformazione.

Perché ciò avvenga, occorre che non chiudiamo gli occhi di fronte all’incertezza: dovremmo, anzi, guardarla bene in faccia, accorgerci che ci siamo dentro e che solo da questo “dentro” possiamo forse ricavare un supplemento di responsabilità civile e di un senso della società diverso da quello vuoto al quale eravamo abituati. Allora, si direbbe proprio che è dall’esperienza di quella “obbligata introversione”, che l’isolamento ha comunque favorito, che il nostro atteggiamento ha tratto motivazione e alimento per crescere.

La “claustrofilia”, intesa non come disturbo clinico bensì – letteralmente – come “amicizia” del chiuso, ci ha dunque messo su una strada utile? Direi di sì: in certo modo è un’opportunità da difendere, a partire dalla quale tentare di correggere l’esaltazione “claustrofobica” dell’aperto, e al limite di impedire che essa ci riporti al punto di partenza, non solo per quanto riguarda il rischio di un ritorno malefico del virus, ma soprattutto perché potrebbe azzerare i vantaggi della profonda “fase” che stiamo ancora attraversando, quelli di una pausa di riflessione generale. –

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