Trieste, Ruffo: «Più investimenti, l’app non basta»

Il direttore della Sissa Stefano Ruffo

Il direttore della Sissa torna alla carica: «Non è un problema regionale ma solo la strategia delle “3 t” può dare risultati»

TRIESTE «Siamo entrati nella fase due fortemente impreparati e a oggi non c’è nessun segnale che faccia pensare a un’inversione di tendenza». E’ la constatazione del direttore della Sissa Stefano Ruffo, che già un paio di settimane fa non aveva nascosto la propria perplessità per l’assenza di una strategia per affrontare la fase di riapertura del Paese.

Ruffo ne aveva parlato in occasione del seminario online organizzato da Sissa e Ictp e tenuto dall’epidemiologo computazionale Alessandro Vespignani. E’ ritornato nuovamente sul tema, confermando quanto già sostenuto in precedenza, dopo il webinar sull’immunità digitale che ha avuto come protagonista il fisico indiano Shivaji Sondhi, della Princeton University.

«Ne ho parlato perché Sondhi aveva riportato una notizia data da Reuters secondo la quale in Italia, come in India, stavamo applicando la strategia delle tre T: testare, tracciare e trattare - contestualizza Ruffo -. Mi è sembrato pericoloso che venisse diffusa una notizia del genere, perché in Italia non c’è nessun segnale che questa strategia, consigliata anche da Vespignani nel corso del suo seminario, sia stata adottata. Certo è stata scelta un’app e il Governo ha lanciato uno studio epidemiologico su ampia scala, ma questi sono soltanto elementi di una strategia».

L’ormai famigerata Immuni, di cui tanto si parla, non sarà pronta per la fase sperimentale prima di fine mese, come ha annunciato in audizione in Commissione giustizia al Senato il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri. E comunque Ruffo stesso è convinto che non basterà un’app per risolvere il problema. «La strategia da adottare, che finora è stata applicata in pochissimi paesi, come la Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, è complessa e richiede investimenti importanti: per fare un certo numero di campionamenti sulla popolazione con tamponi e test sierologici, per individuare i contatti dei positivi e isolarli, è stato stimato che servirebbe una squadra di almeno 50 mila persone in Italia, diciamo circa 1500 in Friuli Venezia Giulia - afferma il direttore della Sissa -. Non è impossibile farlo, ma era qualcosa a cui si sarebbe dovuto pensare già prima, durante la fase uno, per poi esser pronti a ripartire».


Per Ruffo l’auspicio è che almeno si continui con il distanziamento sociale e l’utilizzo dei dispositivi di protezione, nella speranza che si riesca comunque a mantenere basso il numero dei casi positivi.

«Gli epidemiologi che hanno gestito la fase uno non hanno dato molte indicazioni su cosa fare dopo, o non sono stati ascoltati». —


 

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