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Cardiologia, terapia "made in Trieste": «Così ripariamo il cuore con la genetica»

Il medico Sinagra illustra i risultati ottenuti assieme all’Icgeb e pubblicati sulla rivista scientifica “Circulation Research”

2 minuti di lettura

TRIESTE La terapia genica per curare il cuore dopo l’infarto è uno dei successi della ricerca made in Trieste. Sperimentata sui topi e sui maiali, i ricercatori hanno dimostrato che con l’impiego di farmaci biologici è possibile stimolare la rigenerazione del cuore, portando al recupero della funzionalità cardiaca. Sulla prestigiosa rivista Circulation Research è stata appena pubblicata un’importante revisione da parte di docenti del Dipartimento Clinico di Scienze mediche dell’ateneo triestino, in collaborazione con il Kings’s College di Londra, ne abbiamo parlato con il professor Gianfranco Sinagra, direttore del Dipartimento Cardiovascolare dell'Asugi che da oltre 15 anni lavora con il team di ricerca dell’Icgeb e che ha commentato: «La terapia genica mediante microRNA è uno dei motivi di consistente speranza per molti pazienti cardiopatici».

Professor Sinagra, può spiegarci che cos’è la terapia genica?

La terapia genica è una modalità di intervento medico che interferendo con l’espressione della funzione dei geni consente di orientare la cura della malattia. Ne esistono di molti tipi, che possono intervenire sia cercando di correggere difetti del nostro Dna, sia modificando le interazioni tra il nostro Dna e la cellula, cioè la sua “espressione”. Per intenderci, nel nostro caso, si tratta dell’impiego di farmaci biologici, in questo caso microRNA, che si differenziano dai farmaci correnti perché non sono delle molecole proteiche di sintesi ma sono delle sequenze già esistenti in natura, e che vengono selezionate per essere capaci di interferire direttamente con l’espressione e la funzione dei geni attivando vari meccanismi utili nella cura delle malattie.

Applicarla al cuore quali prospettive future apre per i pazienti?

Uno di questi meccanismi utili per il cuore è la rigenerazione del muscolo cardiaco che consente la riparazione della cicatrice conseguente ad un infarto con nuovo muscolo efficiente. Ciò che lega la terapia genica alla rigenerazione del cuore è il fatto che ad oggi sono proprio delle piccole sequenze di RNA (microRNA), identificate dal gruppo di Icgeb, a dare i risultati più promettenti in termini di spinta proliferativa dei cardiomiociti: queste piccole molecole, veicolate da vettori virali, sono in grado di entrare all’interno delle cellule interferendo con l’espressione dei geni che controllano la rigenerazione del cuore per riparare le conseguenze negative per esempio di un infarto. Per questo la terapia genica mediante microRNA è uno dei motivi di consistente speranza per molti pazienti cardiopatici.

Che cosa l’affascina di più di questo organo che studia da oltre 30 anni?

Abbiamo contribuito a sfatare il mito che il cuore non rigenerasse. Noi esseri umani dopo i 70 anni continuiamo a portarci dietro circa il 50% del patrimonio di cellule cardiache con cui siamo nati, e ciò aveva fatto sì che le cellule cardiache venissero considerate incapaci di rigenerare. In realtà questi esperimenti hanno dimostrato che anche le cellule cardiache adulte e differenziate hanno la proprietà di rigenerare, a patto di intercettare le modalità e i motori molecolari capaci di riattivare tale capacità inibita dopo la nascita.

Professor Sinagra, In che modo il Covid-19 ha colpito il reparto di Cardiologia dell’Ospedale di Cattinara?

Lo stile di lavoro è completamente mutato ed all’impegno per la ricognizione clinica dei problemi di un paziente e la loro cura si è aggiunta la valutazione del rischio infettivo finalizzata alla prevenzione e protezione degli operatori. Completamente riorganizzato il sistema di comunicazione ed informazione dei malati e delle famiglie. Inoltre nel periodo di maggiore intensità dell’epidemia alcuni pazienti con infarto miocardico o sintomi che preludevano ad esso per paura di afferire all’ospedale si sono recati solo successivamente e quindi, per essere nel 2020, come emerso da uno studio pubblicato in questi giorni sul prestigioso European Heart Journal ci siamo trovati di fronte a scenari che ormai non vedevamo da decenni: infarti ricoverati tardivamente e cuori notevolmente danneggiati. —




 

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