A Trieste dalla rotta balcanica: «Il nostro viaggio di 18 giorni evitando violenze e controlli»

Il gruppo è arrivato dopo averci già provato a marzo ma quella volta «la polizia croata ci aveva fermato e picchiato». L’aiuto dell’attivista Bruno Zanin



Si arricchisce di un ulteriore tassello il mosaico delle testimonianze di migranti che, risalendo la rotta balcanica, riferiscono di aver subito violenze da parte della polizia croata. A fare il giro dei social in queste ore è la storia di alcuni giovani appena arrivati a Trieste dalla Cabilia, storica regione dell’Algeria. A raccoglierla e pubblicarla su Facebook, ieri, è stato Bruno Zanin, specificando di aver prima chiesto il consenso dei diretti interessati.


Zanin è un attore, scrittore e attivista attualmente residente in Piemonte. Prima dello scoppio dell’emergenza Covid-19 spesso si recava a portare aiuti umanitari ai migranti “bloccati” a Velika Kladuša, in Bosnia Erzegovina, ai piedi dell’Unione Europea. È là che aveva conosciuto il gruppo di ragazzi cabili, arrivati a Trieste appunto un paio di giorni fa. Non sapendo a chi rivolgersi, in Italia, si sono ricordati di Zanin, il quale ha dunque reso pubblico il messaggio ricevuto da uno di loro, di nome Abdou. Ecco il testo, tradotto e adattato dal francese: «Ciao Bruno, ti ricordi di me? Ci siamo conosciuti a Velika Kladuša a febbraio, vicino alla fabbrica abbandonata. Mi avevi scambiato per francese perché ho gli occhi azzurri e parlo in francese. Voglio raccontarti la mia, anzi, la nostra storia. Siamo un gruppo di 8 ragazzi, tutti Kabyli, di Bejaia e Tizi. Siamo riusciti con fatica ad arrivare a Trieste, ognuno con una sua destinazione finale. Alcuni andranno in Spagna, altri in Francia, due vogliono restare in Italia – prosegue il racconto –. Le ferite che vedi nella foto me le hanno fatte al confine bosniaco le guardie di frontiera croate. Ci hanno scoperti con un drone, quindi inseguiti, fermati e arrestati. Ci hanno ordinato di toglierci le scarpe e i pantaloni, ci hanno picchiato, rotto i telefoni e spinti ad attraversare il fiume in piena notte. Non so se conosci il fiume Glinica. Era verso l’una del mattino. Per fortuna nessuno è affogato. Non vedevamo nulla. Oltre ad averci battuto, ci hanno preso tutto». Il testo finisce così: «Tutto ciò non è accaduto adesso ma a marzo, durante l’ennesimo tentativo di raggiungere la Slovenia e poi l’Italia. Stavolta per riuscirci ci siamo nascosti per 2 giorni, per non essere scoperti dai poliziotti croati. Non ci siamo invece imbattuti nella polizia slovena. Ci sono voluti 18 giorni per arrivare a Trieste: 12 in Croazia e 6 in Slovenia. Gli ultimi 4 siamo rimasti senza mangiare. Abbiamo molti infortuni ai piedi. Ora (due giorni fa, ndr) siamo a Trieste e non abbiamo ancora trovato dove dormire. Se tu potessi aiutarci significherebbe molto per me e i miei compagni. Grazie».

Ieri Zanin è riuscito a mettere in contatto questi ragazzi con i volontari dell’associazione La Linea d’Ombra Odv, che ogni giorno vanno a curare le piaghe dei migranti nei pressi della stazione ferroviaria di Trieste. «Abbiamo curato i loro piedi e li abbiamo riforniti di cioccolata, panini, magliette e scarpe – ha confermato telefonicamente in serata Lorena Fornasir, una delle volontarie triestine –. Poi li abbiamo indirizzati ai dormitori attivi sul territorio comunale. Non sappiamo se siano riusciti ad accedervi: i posti sono notoriamente limitati e a rotazione».

Ce ne sono tante, di storie così. «Quasi tutti i nostri accolti riferiscono di aver subito violenze – spiega Gianfranco Schiavone, presidente di Ics-Ufficio rifugiati onlus –. Raccogliamo le testimonianze nei nostri report periodici e speriamo che un giorno sfocino in contenziosi legali internazionali». Così ad esempio l’associazione No Name Kitchen, in un post datato 7 maggio: «Ci hanno raccontato “di prima mano” che nell’ultima settimana le autorità croate hanno spruzzato le persone con spray arancione, segnandole come fossero bestiame, prima di restituirle illegalmente in Bosnia». Notizie simili sono state condivise l’8 maggio dal Centro studi per la Pace (Centar za mirovne studije) di Zagabria. Il fenomeno è analizzato nel dettaglio anche dal Border Violence Monitoring Network (www.borderviolence.eu). —



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