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L’Ogs a caccia del virus nell’acqua di mare per assicurare una balneazione sicura

La direttrice Paola Del Negro: «Un lavoro complesso per la diversità dell’ambiente marino, è presto per i primi risultati»

TRIESTE Come saranno le nostre vacanze estive al mare? Saremo ancora ostaggio del coronavirus o liberi di nuotare in acque limpide e sicure? Tutto dipende se il Covid-19 sopravvive nell’acqua del mare. Proprio per dare evidenza scientifica e una risposta a questi interrogativi l’Ogs, (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale con diverse sedi a Trieste e Udine), ha appena avviato una precisa ricerca. Un verdetto in tempi brevi non sarà possibile, ma è quello che chiedono anche i tavoli di lavoro regionali sul turismo che si svolgono settimanalmente in questo periodo.



L’indagine dell’Ogs, infatti, è nata in concomitanza alla richiesta degli operatori del turismo regionali che cercano di metterci nelle condizioni più sicure per trascorrere l’estate al mare.



«Assieme al Dipartimento di Scienze della vita dell’Università di Trieste – spiega il direttore generale dell’Ogs Paola Del Negro - stiamo lavorando a un protocollo che adatti all’ambiente marino i sistemi attualmente usati per la rilevazione del virus. L’acqua del mare, come ci si può immaginare, ha caratteristiche del tutto particolari». Nella fattispecie, il team di ricercatori messo in campo sta cercando di capire se e come il virus può trovare le condizioni per sopravvivere e, soprattutto, se possa essere infettivo nell’acqua del mare.



La sabbia, infatti, può essere pulita e disinfettata con regolarità, in qualche modo le distanze di sicurezza possono essere rispettate sia nei ristori e nei bar sia in spiaggia ma, nell’acqua del mare, il problema della diffusione del virus si complica. C’è chi è molto ottimista, e si spinge a dichiarare che in acqua stiamo al sicuro, preannunciando bagni senza alcuna limitazione. La maggioranza degli esperti sostiene la tesi secondo la quale il coronavirus con le temperature estive perderà forza.

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È però di questi giorni la notizia che un laboratorio in Francia, alle porte di Parigi, ha scoperto tracce “minime” del virus in diversi punti della rete idrica non potabile utilizzata in particolare per lavare le strade (il suo RNA in quantità minime in 4 dei 27 punti idrici testati). Un’analisi analoga non è ancora stata svolta per l’acqua del mare.

«Abbiamo appena iniziato ad occuparci di questa ricerca – spiega ancora il direttore Del Negro – e non abbiamo ancora alcun risultato, benché le risorse messe in campo e le collaborazioni avviate siano davvero autorevoli proprio per l’urgenza e l’importanza di avere risposte attendibili. L’ambiente marino è molto diverso da quello che si può riscontrare nelle matrici analizzate in un laboratorio sanitario, su un tampone o su un espettorato. È complesso, come cercare una goccia nell’oceano. Va considerata la presenza del sale e di molti altri microrganismi che potrebbero interagire sulla determinazione genetica del coronavirus. Questioni diverse, inoltre, sono la possibile sopravvivenza del virus, e soprattutto la sua infettività, cioè capire se il segnale virale corrisponde ad un effettivo rischio, tutti fattori che vanno attentamente valutati se si rilevasse la presenza di tracce di RNA virale nell'acqua marina».

Anche per l’Ogs, che si occupa generalmente dei batteri presenti in mare e della funzionalità dell’ecosistema marino, è una prova considerevole, pur avendo le competenze, tecnica e strumentazioni adeguate a coniugare la conoscenza delle dinamiche oceanografiche con l’individuazione delle componenti biologiche.

Per questo, con UniTs che è partner scientifico dell’Ogs, ha attivato anche una collaborazione con la San Diego State University e la Colorado State University, per avere il massimo supporto nello studio dei virus nell’ambiente marino. —




 

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