Sachs:"La pandemia è una minaccia per la sopravvivenza dell’Unione europea"

Jeffrey Sachs

Parla l’economista americano direttore del Centro per lo sviluppo  sostenibile della Columbia University: l’impatto del contagio globale 

TRIESTE Jeffrey Sachs, è direttore del Center for Sustainable Development della Columbia University, dove ha guidato l’Earth Institute dal 2002 al 2016. Famoso in tutto il mondo per i suoi studi sullo sviluppo sostenibile, Sachs ragiona sull’impatto della pandemia a livello globale: «Questa - dice Sachs - è la prima epidemia digitale dove le tecnologie per contenere il contagio avranno un’importanza vitale». A giudizio di Sachs la risposta dei governi europei è stata inadeguata rispetto a quella dell’Asia orientale: «L’Europa dovrà trovare ingenti risorse nel suo bilancio per gestire una profonda recessione alle porte. Una vera minaccia per la sua sopravvivenza».

Professor Sachs, esiste un rapporto di causa-effetto fra l’emergenza sanitaria provocata dalla pandemia e la crisi ambientale e climatica?


È molto probabile che l’inquinamento atmosferico sia stato un fattore di incremento del tasso di mortalità dovuto al Covid-19. La relazione fra l’incremento di polveri sottili e mortalità da coronavirus è dimostrata dalla sua diffusione nelle regioni dove il numero dei decessi è stato molto più elevato.

Una tragedia che fa da contrappunto all’aria tersa e pulita delle città in lockdown...

Il lockdown ha temporaneamente ripulito l’aria e ridotto le emissioni di CO2. Un’atmosfera surreale anche qui a New York. I governi dovrebbero cercare di riavviare i motori dell’economia garantendo la sicurezza delle persone e senza perdere i benefici di un’aria non inquinata. E lo si può fare accelerando il percorso verso la decarbonizzazione dell’industria e riducendo i viaggi d’affari non necessari.

Come vive personalmente questa emergenza globale?

La vivo barricato in casa, come la maggior parte delle persone negli Stati Uniti e in Italia. La mia abitazione è diventata il luogo dove studio e lavoro. Questa è davvero la prima epidemia digitale. Stiamo sperimentando l’importanza delle tecnologie della comunicazione che consentono il lavoro diffuso (anche se non universale) da casa e svolgono un ruolo importante nel contenimento dell’epidemia. L’industria tecnologica uscirà molto rafforzata da questa crisi. Sarà sempre più forte.

Come giudica la risposta dei governi europei alle pandemie rispetto a quella americana?

Non credo che né gli Stati Uniti né l’Europa abbiano preso misure adeguate rispetto all’Asia orientale, che ha avuto molto più successo nel contenere il contagio. Dobbiamo imparare dall’azione tempestiva dei cinesi che hanno dimostrato di essere molto efficienti e preparati di fronte alla crisi, in parte a causa della loro esperienza con la Sars nel 2003. Tutte le economie asiatiche hanno usato le tecnologie digitali in modo più efficace per combattere il virus.

L’Europa ha deciso di sospendere le regole del Patto di stabilità per liberare risorse. La minaccia coronavirus ha rafforzato o compromesso il futuro della moneta unica europea e l’integrazione economica?

Finora l’epidemia ha indebolito l’Europa costringendola a chiudere le frontiere e spingendo a prendere le decisioni, giuste o sbagliate, a livello di singoli governi piuttosto che attraverso una visione comune europea. La pandemia rappresenta una grande minaccia per la sopravvivenza dell’Unione. Non so se Paesi come Germania, Francia e altri saranno all’altezza della sfida.

Come deve reagire l’Ue?

Bisogna lavorare a un rafforzamento dell’integrazione europea anche attraverso un ampliamento del bilancio dell’Unione.

E l’America di Trump?

Trump si mostra sempre più incompetente.

Come cambieranno gli equilibri nella governance globale?

L’Asia orientale aumenterà la sua importanza geopolitica. Gli Stati Uniti invece diminuiranno ulteriormente di peso. In generale stiamo andando sempre più verso una gestione pubblica dell’economia.

Per contenere la pandemia gli Stati hanno reagito con capacità finanziarie molto diverse. Questa disparità di reddito non rischia di allargargarsi aumentando le diseguaglianze già esistenti fra Paesi ricchi e poveri?

Sì, la crisi economica provocata dalla pandemia colpirà duramente i Paesi poveri. Servirà una grande risposta globale. I paesi ricchi dovrebbero condonare i loro debiti verso i più poveri e sottosviluppati. Soprattutto la Cina dovrà alleviare la situazione debitoria di molte regioni africane.

Lei cura ogni anno il Rapporto sullo sviluppo sostenibile e il World Happiness Report in collaborazione con la Fondazione Ernesto Illy e il gruppo Devines. Cosa ci insegna questa drammatica crisi sanitaria e sociale? La globalizzazione è finita?

La lezione principale è che dobbiamo imparare a seguire gli avvertimenti degli esperti che ci hanno ammonito molte volte sui rischi delle pandemie, dell’inquinamento, dei cambiamenti climatici e distruzione della biodiversità. È tempo di ascoltare quelli che sanno.

Una recessione globale sembra quasi inevitabile a questo punto. Il consumi di energia sono da tempi di guerra. Ne usciremo e a quale costo? Cosa dovrebbero fare i governi in termini di gestione delle risorse?

Dovremmo usare questa crisi per accelerare l’economia digitale e il processo di elettrificazione e decarbonizzazione dell’industria. Non abbiamo bisogno di così tanto petrolio e gas. Anche qui dobbiamo imparare la lezione.

Finirà la delocalizzazione selvaggia delle imprese?

Sì e no. Le società dell’Asia orientale continueranno a crescere in importanza globale.

Come usciremo da questa crisi globale? Quando potremo dire che il peggio è passato?

Ne emergeremo diversi. Non torneremo alla “vecchia normalità” . Dovremmo seguire un piano di sviluppo sostenibile, compresi gli SDGs (Obiettivi di sviluppo sostenibile sulla lotta alla povertà alle ineguaglianze sottoscritti da più di 150 leader internazionali all’Onu) e l’accordo di Parigi, come una rigorosa tabella di marcia per uscire dalla crisi. –

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