Mondo del turismo in ginocchio, a rischio quattromila posti di lavoro

La stima dei sindacati di categoria. «Dagli alberghi ai ristoranti: il settore pagherà il prezzo più alto». Addio ai contratti stagionali ma ballano pure i dipendenti fissi

TRIESTE. Quattromila posti di lavoro a rischio a Trieste nel comparto del turismo. È la stima impressionante fatta dai sindacati del settore che, ipotizzando la riapertura delle attività a partire dal mese di marzo, provano a delineare le ricadute della pandemia e del lockdown successivo. Effetti che, appunto, per gli addetti di alberghi, pubblici esercizi, stabilimenti balneari, guide turistiche e agenzie di viaggi, potrebbero essere, almeno nell’immediato, pesantissimi.

«Trieste aveva puntato molto sul turismo, - valuta Andrea De Luca, della Filcams Cigl -. Le realtà che supportavano chi visitava la città pagheranno il prezzo più alto di questa emergenza. Alberghi e pubblici esercizi, soprattutto, avevano creato ultimamente moltissimi posti di lavoro, mentre ora bisognerà ripartire pressochè da zero». Per il sindacalista «queste categorie intravedranno la normalità tra molto tempo, forse tra un anno e dovranno essere accompagnate da strumenti di sostegno e ammortizzatori sociali ben oltre la fine dell’emergenza, altrimenti - sostiene - i danni saranno irreparabili: serve una regia che metta attorno ad un tavolo tutte le istituzioni, che non lasci in campo solo imprenditori e sindacati».


Una valutazione che trova in sintonia Cisl e Uil. «Il personale stabile sarà ridotto all’osso, gli stagionali e gli studenti che venivano reclutati a chiamata per molto tempo resteranno a casa, - sostiene il segretario della Uil Tucs Matteo Zorn -. A pagare il prezzo più alto temo saranno proprio i giovani che, più di altri, trovavano lavoro in questi settori». Zorn prevede che «un’ impennata delle richieste di supporto ai Servizi sociali del Comune, di misure anti povertà e una capacità di spesa pro capite che si abbasserà notevolmente con immancabili ricadute sull’intera economia cittadina».

Andrea Blau della Fisascat Cisl evidenzia come «alberghi e pubblici esercizi erano i settori tra i più utilizzati anche per l’inserimento lavorativo, - spiega -. Da lì arrivavano opportunità per persone che perdevano altre occupazioni e anche formule utili a sostenere chi cercava di mantenersi gli studi con qualche ora di lavoro. L’indotto che ruotava attorno a questi comparti era importante, - spiega - e includeva anche quello delle formazione che ora subirà una seria battuta d’arresto».

Le cifre messe sul piatto dai sindacati sono in linea con le previsioni dei rappresentanti delle categorie più toccate da crollo del turismo. «Ben che vada, ci sarà consentito di riaprire a giugno, - valuta Guerrino Lanci, presidente provinciale Federalbergi - e molti stanno riflettendo sulla possibilità di ripartire con le proprie strutture non prima di settembre. Le prenotazioni delle camere saranno al minimo storico, i lavoratori stagionali, purtroppo, non verranno reclutati e - anticipa - se gli ammortizzatori sociali non verranno prorogati fino alla ripresa del movimento turistico, anche i dipendenti con contratti stabili verranno licenziati per limitare le perdite delle società che già saranno ingenti».

I pubblici esercizi, così come gli stabilimenti balneari, e il mondo che ruotava attorno alla “movida” dovranno ridisegnare le loro attività. Entrate dei clienti contingentate, distanze di sicurezza tra i tavoli, impossibilità di assembramenti all’esterno dei locali finiranno inevitabilmente per dimezzare i fatturati. «Ci attendiamo un inevitabile ridimensionamento delle imprese - sostiene Federica Suban, presidente di Fipe Trieste –, che passa anche attraverso un taglio al personale. Nel nostro settore sarà come ripartire da zero, come se anni di semina venissero spazzati via da un uragano, e meno saranno gli aiuti, non i prestiti, da parte delle istituzioni, più gente resterà senza lavoro, titolari dei locali inclusi che in molti casi non riapriranno».

A vacillare sono anche e attività di tante partite Iva impegnate nel settore turistico, come quelle delle guide turistiche. «Noi siamo liberi professionisti, abbiamo strutture leggere ma non vediamo una prospettiva, non vediamo una luce e questo ci fa tremare - ammette Francesca Pitacco, presidente dell’Associazione Guide turistiche del Friuli Venezia Giulia -. Le attività che ruotano attorno al turismo - conclude - sono state le prime a pagare questa emergenza e saranno le ultime a ripartire». 


 

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