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Area a caldo della Ferriera: ultima tappa dopo 123 anni

Si chiude domani una della pagine più importanti della storia industriale di Trieste L’ex assessore Laureni: apriamo l’impianto alle visite come a Genova nel 2005

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Operai nella Ferriera 

TRIESTE The End. Fine. Domani, 123 anni dopo, al termine di lunghe battaglie politiche, si spegne definitivamente l’area a caldo della Ferriera di Servola. E l’impianto siderurgico diventa freddo come la “Siberia”, il soprannome che si era conquistato a inizio del Novecento per le condizioni di lavoro che offriva.

Ferriera di Servola, l'ultimo sfornamento della cokeria: l'area a caldo chiude dopo 123 anni



L’operazione di spegnimento, avviata venerdì scorso (3 aprile) con la fermata dell’altoforno dell’impianto di agglomerazione, termina domani. Era il 24 novembre 1897 quando l’impianto siderurgico tecnologicamente avanzato produsse la prima colata di ghisa. Un gioiello nato sotto l’Austria da un progetto avviato nel 1894, quando la Krainische Industrie Gesellschaft (Kig), su suggerimento della ditta Eulambio di Trieste, costruì l’impianto di Servola.

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Ferriera, inizia lo spegnimento: finisce un’era durata 123 anni]]

Non è solo una fabbrica che chiude, è un pezzo fondamentale della storia di Trieste che si conclude. «Comunque la si guardi, quali che siano la nostra sensibilità e il nostro vissuto, c’è una storia importante dietro i 123 anni dell’area a caldo della Ferriera, di cui si sta avviando la chiusura definitiva. È una storia che andrebbe in qualche modo conservata», racconta l’ingegner Umberto Laureni, assessore comunale all’Ambiente con il sindaco Roberto Cosolini, che conosce a fondo questa incredibile storia industriale. «Semplicemente ripercorrendone alcune tappe, ci si accorge che c’è una grande storia dietro alla Ferriera e ai 123 anni della sua area a caldo - spiega Laureni -. Storia industriale complessa, ma anche umana, dell’evoluzione di un rione (Servola), di diritti pretesi, di fuoco, di malattie, di dignità del lavoro. Oggi che le tensioni si sono stemperate, sarebbe bello riscriverla quella storia. Con un libro a più voci, pieno di immagini, che sopravviva agli impianti».

Ma non solo. «Si può forse fare qualcosa d’altro - aggiunge l’ingegnere con la passione della tutela ambientale - . Quando nel 2005 a Genova si chiuse definitivamente l’area a caldo delle Acciaierie di Cornigliano, e si mantenne attivo solo il laminatoio a freddo, la città fu invitata a visitare gli impianti oramai spenti. Se la pandemia e se i tempi del piano di demolizione lo consentiranno, possiamo ipotizzare nel futuro qualcosa di simile per l’area a caldo di Servola, prima che gli impianti vengano smantellati? Possiamo chiedere che si organizzino visite guidate per gruppi, con il supporto di chi ci ha lavorato? E fare in modo che la città, i giovani sopratutto, possano avvicinarsi agli impianti oramai chiusi, quasi toccarli con mano, intuire almeno quella che doveva essere stata la fabbrica del ferro e del fuoco?». Domande che, una volta smaltita l’emergenza Covid-19, dovrebbero trovare una risposta positiva. Si spera.

«Per il borgo di contadini e di pescatori di Servola la Ferriera aveva avuto un prevedibile, traumatico impatto ambientale e sociale. Con la fabbrica, vissuta come “colosso in un piccolo villaggio”, era iniziato un rapporto complesso e conflittuale», ricorda Laureni.

Ma non fu sempre così. «Talvolta il rapporto città-Ferriera fu positivo - ricorda ancora Laureni -. Il tardo pomeriggio del 18 novembre 1994 Trieste aveva manifestato compatta a difesa della Ferriera e contro la sua ventilata chiusura, facendo catena umana da Servola fino a piazza Unità». Una catena umana che vide in prima fila anche il sindaco di allora, l’industriale Riccardo Illy. Altri tempi, altra storia. —

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