Un milione in più di costi per i musei porta orari ridotti e biglietti più cari   

Sale la spesa prevista dal nuovo bando per la sorveglianza. E arriva in commissione il tema delle cooperative in appalto

TRIESTE. Il nuovo appalto per la sorveglianza dei musei costerà un milione in più al Comune. I soldi dovranno essere ricavati dalle casse dell’assessorato alla Cultura, e ciò porterà a un aumento nel costo dei biglietti dei musei più visitati e a una riduzione degli orari di apertura. Il tutto mentre esplode il dibattito sul futuro dei dipendenti delle cooperative in appalto ai servizi sospesi causa coronavirus, addetti museali compresi.

Sono i punti della commissione congiunta II-IV sul bilancio di ieri. L’assessore alla Cultura Giorgio Rossi ne ha dato l’annuncio ai commissari: «La nuova gara sulla sorveglianza museale, per motivi tecnici, costerà un milione in più rispetto alla precedente. Di fronte a questa esigenza, l’assessorato al Bilancio (del vicesindaco Paolo Polidori, ndr) ci ha invitati a far fronte trovando i fondi all’interno del nostro budget».

Ci saranno quindi revisioni degli orari e dei costi dei biglietti: «Abbiamo abbassato il prezzo per alcune strutture meno visitate, come il Museo di storia naturale o il De Henriquez, che magari chiuderanno un paio d’ore prima. Ma le strutture più visitate avranno moderati aumenti di prezzo. Ad esempio il castello di San Giusto, che l’anno scorso ha avuto 130 mila visitatori, con un solo euro in più potrebbe dare un aiuto importante».

Diversi consiglieri hanno chiesto chiarimenti sul perché di un aumento tanto rilevante in termini di costi. Fra questi Paolo Menis ed Elena Danielis del M5s: «Chiedo una relazione dettagliata sulle ragioni tecniche della differenza», ha detto Menis. Così Antonella Grim di Italia viva: «Anch’io vorrei capire da cosa deriva il milione in più. Inoltre vorrei capire come state gestendo la questione delle cooperative dei servizi sospesi per il virus. Comprendo che c’è una mancata prestazione, ma vorrei sapere come si pone l’amministrazione».

Lo stesso tema è emerso anche durante la relazione dell’assessore all’Istruzione Angela Brandi. Anche in quel settore, infatti, ci sono servizi come mense e asili nido che si trovano nella medesima situazione. Nelle settimane scorse l’assessorato regionale al Lavoro aveva presentato una proposta, poi approvata dal Consiglio, per conferire in ogni caso ai Comuni la parte di fondi che l’ente regionale stanzia per l’abbattimento delle rette.

Ciononostante ai lavoratori cooperativi lo stipendio non arriva. Brandi ha commentato: «A fronte di un servizio non reso, anche se la causa è la pandemia, la legge ci impedisce di corrispondere i pagamenti. Se l’avessimo fatto saremmo incorsi in un danno erariale». L’assessore ha detto quindi di star valutando la possibilità delle attività didattiche a distanza, previste da uno degli ultimi decreti legge, per dare accesso a parte dei fondi anche a gestori privati: «Grazie a quello strumento alcuni pagamenti potrebbero essere fatti. Siamo coscienti del problema e ci impegniamo a risolverlo. Ci vorranno risorse ma non abbiamo intenzione di lasciar solo nessuno».

Secondo una stima di Confcooperative il problema interessa circa 500 lavoratori solo nel territorio triestino, afferenti a diverse aree di servizi comunali. Racconta una lavoratrice della cooperativa La Fortezza che preferisce rimanere anonima: «Noi siamo senza stipendio addirittura da gennaio, poiché il Comune ha sospeso i pagamenti a seguito di una verifica di regolarità contributiva a carico del datore di lavoro. La maggior parte di noi è a zero ore. Ci appelliamo al Comune perché intervenga a risolvere la situazione». 

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