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Fra Slovenia e Albania il lockdown rallenta la corsa dei nuovi contagi

Addetti alla disinfezione a Bucarest

I risultati di uno studio condotto da esperti tedeschi per seguire l’evolversi della situazione

BELGRADO. Il lockdown, più o meno severo? Sembra sia quella la via da seguire per arginare il dilagare dell’epidemia di coronavirus, anche nei vicini Balcani. Lo si evince analizzando la crescita del numero dei contagi nei Paesi dell’ex Jugoslavia, ma anche in Romania e Bulgaria, tutte nazioni che – in tempi diversi e con gradi di durezza differenti – hanno da giorni introdotto misure restrittive alla libera circolazione delle persone, basate sulla strategia del «rimanete a casa».

Strategia che funziona, confermano i dati elaborati da “Covid Futurum”, un portale – che si basa sui dati raccolti dalla Johns Hopkins University - sviluppato da un gruppo di esperti e ricercatori tedeschi che hanno voluto fornire al pubblico uno strumento per immaginare a grandi linee - per quanto ciò sia possibile e con tutte le dovute cautele che simili previsioni implicano - lo sviluppo della curva dei contagi in tutti i Paesi europei e oltre. Il sito permette anche di calcolare il «tempo di raddoppiamento» dei casi confermati, misura fondamentale per comprendere a quale velocità si stia diffondendo l’epidemia.

I dati consentono un po’ di ottimismo in particolare in Slovenia (841 casi a ieri pomeriggio, 15 decessi), ormai da dieci giorni in quasi totale lockdown, con maglie sempre più strette per limitare o impedire lo spostamento delle persone. Mosse corrette, suggerisce il portale tedesco, dato che dal 20 marzo a ieri il tempo di raddoppio del numero di contagi confermati è cresciuto da circa 4,9 a 7,7 giorni (in Italia ora è a 7,1, e in Cina 40), mentre la proiezione dei positivi disegna un grafico con crescita sempre più lineare, lontana per fortuna da quella ripida dell’aumento esponenziale.

Secondo la “logistic prediction” (curva a S che si è osservata in Cina dope le misure di contenimento) sviluppata da Covid Futurum, Lubiana dovrebbe registrare circa mille casi confermati al 5 aprile, invece dei 1.400 stimabili con una crescita esponenziale, scenario verosimile senza dure misure di contenimento. La situazione appare in miglioramento anche in Croazia (963 casi, 6 decessi), il Paese Ue con le più severe misure restrittive rispetto al numero di contagiati, secondo uno studio della Oxford University. Pure a Zagabria il lockdown sta dando frutti, col tempo di raddoppiamento salito da 2,6 giorni circa al 22 marzo agli attuali 4,68.

Bisogna fare di più invece in Serbia (1060 casi, ben 160 in più in un giorno, 28 decessi), perché «se continuiamo di questo passo si avvicina uno scenario italiano o spagnolo», ha avvisato il direttore della Clinica per le malattie infettive di Belgrado, Goran Stevanović, in prima linea nella cura dei malati. I numeri del portale tedesco confermano, in parte, le sue preoccupazioni, indicando un tempo di raddoppio in crescita lenta, dai 3 giorni del 22 marzo a 4,1 attuali anche se linea dei contagi comunque non è esponenziale.

Funzionano le misure di distanziamento sociale e il coprifuoco in Bosnia-Erzegovina (più di 450 casi, 13 decessi), dove il tempo di raddoppio è passato da 2 giorni del 20 marzo ai 4,5 di ieri; e in Macedonia del Nord, passata nello stesso arco di tempo da 2,16 a 5,32. Appaiono produrre risultati le durissime misure di contenimento volute dal premier Edi Rama in Albania, dove il tempo di raddoppio è oggi di circa 6,3 giorni, come in Bulgaria. Meno bene sembrano andare le cose in Romania, il Paese dell’Europa centro-orientale col maggior numero di contagi (ben 2.460), dove il tempo di raddoppio è arrivato a quattro giorni, ma con un allungamento ancora troppo lento.

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