A Trieste decine di migranti ammassati in Porto vecchio per ricevere pasti e abiti

I migranti ammassati in Porto Vecchio

L’assenza di spazi per l’accoglienza costringe profughi e volontari a restare in strada. Il prefetto sollecita il Comune

TRIESTE Stanno in fila a decine, all’ingresso del Porto vecchio, in attesa di un pasto, cure mediche, qualche vestito dato loro dai volontari. Ogni tanto la pattuglia dei vigili passa a controllare che le distanze di sicurezza contro il contagio siano rispettate.



È la situazione che dallo scorso fine settimana si ripete ogni giorno, prima in piazza Libertà, ora dietro la stazione dei bus. Molte delle persone in fila sono i migranti che, prima del coronavirus, arrivavano a Trieste dalla rotta balcanica e partivano senza fermarsi verso la Germania o la Francia. Ora però, l’emergenza li ferma qui. Esterni ancora al sistema dell’accoglienza così come a ogni altra rete sociale, non hanno un luogo in cui accodarsi alla quarantena. Una ventina di volontari dell’associazione Linea d’ombra, assieme a due medici dell’associazione Don Chisciotte, fornisce loro un pasto, cure mediche primarie, qualche capo di vestiario. Secondo le loro stime sono circa un centinaio.

«Oggi ho curato le ferite terribili dei piedi di ragazzi che hanno camminato venti giorni nei boschi. Come si possono lasciare in strada esseri umani in queste condizioni?». È la domanda della presidente di Linea d’ombra Lorena Fornasir. Incalza il vicepresidente Gian Andrea Franchi: «È un lavoro massacrante. Non è possibile che un piccolo gruppo di volontari gestisca da solo una situazione di estrema emergenza in una fase epidemica. Svolgiamo a nostre spese una funzione che spetterebbe alle istituzioni. Incontriamo siriani, iracheni, afghani. Persone che spesso non vogliono stare qui ma non possono andarsene. Il problema c’è e non si può fingere che non esista».

Ma le istituzioni dove sono? Tecnicamente si tratta di persone che non sono ancora entrate nel sistema di accoglienza, di pertinenza della prefettura. Spiega il prefetto Valerio Valenti: «La questione migratoria è gestita dalla prefettura attraverso il sistema di accoglienza. Queste persone però devono fare richiesta di asilo per accedervi. I senza fissa dimora sono pertinenza comunale, come in tutta Italia. Siamo in contatto con il Comune e abbiamo sollecitato l’apertura di un centro diurno. Questo consentirebbe a noi di identificare queste persone e avviare le procedure di richiesta di asilo o, in caso contrario, di espulsione. Noi siamo pronti a collaborare».

Nei giorni scorsi, in effetti, il sindaco Roberto Dipiazza aveva annunciato l’imminente riapertura del centro di via Udine. Dice ora però il vicesindaco Paolo Polidori: «Intanto li abbiamo spostati da piazza Libertà. Tanti sono persone già incluse nell’accoglienza diffusa, che hanno un tetto. I gestori di quegli appalti dovrebbero assumersene la responsabilità. Per gli altri la soluzione sarebbe una struttura di quarantena, spazi e risorse ci sono, manca però il personale sanitario, indispensabile altrove ora».

Interviene la capogruppo Pd Fabiana Martini, che nei giorni scorsi aveva invitato il sindaco a intervenire: «Non è che serva per forza il personale sanitario: sono in sostanza persone senza fissa dimora che hanno bisogno di un posto dove stare e il Comune ha il dovere di trovare una soluzione per il bene pubblico. Se il centro di via Udine non è adatto, spazi alternativi ci sono». —


 

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