Quel capitale umano per rigenerarci

Esprimiamo gratitudine per la semplice evidenza di essere rimasti vivi anche come comunità

TRIESTE. Nella mia comunità di gesuiti a Trieste siamo in sei, tre anziani. E le cautele nostre e degli altri per evitare i contagi sono essenziali. Uno di noi va in carcere come cappellano, e per questo ha dovuto rinunciare a venire nella cappellina domestica per la preghiera comune, e mangia a distanza sempre per cautela. Servirà? Serve per restare comunità.

Celebriamo la messa da soli al chiuso, e chi passa in chiesa può domandare l’eucaristia, citofonando. Oltre al tabernacolo, anche il confessionale si apre (con la grata chiusa, o a giusta distanza in una grande stanza riservata). C’è poi un anziano gesuita che traduce riflessioni spirituali dal francese per la pagina FB della parrocchia. C’è chi telefona e manda messaggi a persone sole, chi fa la spesa… Anche così si vuole essere comunità per gli altri.


Una comunità resta se, pur adattandosi, rimane aperta e ha una missione. È luogo di collaborazione, non soltanto di lavoro, anche di preghiere e di festa. La comunità è pure luogo di conflitti e antipatie, che possono essere deglutite se si conserva la sete di comunione e di sapersi tutti utili per la missione.

Ci troviamo a Trieste, ma non siamo di qui. Con l’isolamento forzoso, questa citta è la nostra comunità come luogo di appartenenza, dove ci è chiesto di essere fratelli senza fuggire (o farli fuggire). E i fratelli non si scelgono. I fratelli hanno in comune almeno un genitore, anche solo adottivo. E siamo fratelli adottivi di questa città-madre, come tanti. Appartenere a Trieste non ci lascia nello spavento dell’isolamento. Attendiamo che la città sia luogo di guarigione e cura, pure dalle malattie che ci portiamo dietro e quelle dello spirito. E così ci affidiamo alle sue istituzioni, non solo sanitarie, e ai suoi cittadini.

Scrivo a tutti. Quando finirà l’epidemia, che sarà di noi? Questa “quaresima” di incubazione del virus può rigenerarci come persone di comunità? In queste settimane, vivendo e lavorando in recinti, possiamo distruggere le nostre quotidiane relazioni anche tra estranei, seppur concittadini. Sperimentiamo resistenze e pigrizie, desideri velleitari davanti al crollo dei ritmi. L’astinenza ci può rendere insofferenti e non soltanto darci un po’ di ristoro e tempo per meditare. Che fare quando restiamo delusi se le persone affianco a noi sono poco intelligenti e solidali? Ripartire con calma e parole garbate: sono un dono per sé e per gli altri (utilissime anche sui social network).

Ecco la domanda radicale: vogliamo restare nelle nostre comunità (adesso e dopo l’isolamento) per rendere felici le persone vicine a noi? Se sì, avviene perdonandoci, valorizzando il contributo buono di ognuno, anche se in altro non gratifica. Così costruiamo noi stessi, conservando il capitale sociale che ci servirà per affrontare la ripresa, con le sue inerzie: perché non basteranno i contributi statali ed europei.

Dopo l’epidemia vogliamo rifarci come super-individui? O ci vogliamo “riciclati” come persone, come esseri in comunità? Prendiamo l’isolamento come parte dell’allenamento di una squadra prima della gara. Le sfide che ci attendono come città per il prossimo decennio e oltre saranno nuove e non solo vecchie. Prendiamo la rincorsa.

Occorre prepararsi a uscire da questa crisi con gratitudine, senza rivalse e rimpianti. Gratitudine per la semplice evidenza di essere rimasti vivi anche come comunità. Se non siamo contenti dell’essenziale, allora il nostro capitale umano non porterà dividendi, non diventerà missione comune. Un insegnante mi ha scritto che le lezioni video online da casa ai suoi liceali a casa stanno restituendo a tutti qualcosa di molto casalingo, ognuno mette la sua quotidianità davanti agli occhi degli altri. Usciremo dalla crisi innovando, e rinnovandoci nella familiarità e sui giovani.

*Gesuita. Direttore Centro

Culturale Veritas



 

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