Piscina crollata, per il perito del giudice calcoli sbagliati in fase di progettazione

L’esperto del gip: il cedimento non è stato causato dagli interventi di manutenzione né dall’ossidazione dei bulloni

TRIESTE. Un errore nei calcoli. Ecco cosa potrebbe aver causato il crollo del tetto della piscina Acquamarina, avvenuto il 29 luglio dell’anno scorso. Lo dice nella sua relazione il professor Gaetano Russo, ordinario di Tecnica delle costruzioni all’Università degli Studi di Udine. Russo è il professionista incaricato dal gip Massimo Tomassini a svolgere la perizia sul cedimento della struttura. Il compito era stato conferito a ottobre in un’udienza in sede di incidente probatorio, alla presenza del pm Pietro Montrone e degli avvocati dei 18 indagati, vale a dire i professionisti che in passato a vario titolo avevano preso parte allo studio e alla realizzazione dell’impianto: costruttori, tecnici, operai e gestori, oltre che i referenti comunali.

Il tetto dell’Acquamarina era collassato mentre all’interno stavano lavorando due operai, che fortunatamente erano riusciti a mettersi in salvo. Quel giorno di luglio la piscina era chiusa al pubblico per consentire agli addetti della società veneta “Zara metalmeccanica srl” di sostituire i bulloni del reticolare in acciaio collegato al solaio in cemento armato, vale a dire la copertura ceduta. Un intervento di manutenzione, insomma. I due operai si erano precipitati fuori dall’edificio non appena avevano sentito alcuni scricchiolii provenire dal tetto.


Come detto, erano in corso i lavori per il ricambio dei bulloni corrosi. Le prime ipotesi sull’incidente ventilavano un possibile nesso con l’intervento di rimozione e di sostituzione. L’operazione degli operai, così si pensava, poteva aver in qualche modo creato degli squilibri all’intera struttura, tanto da farla cedere.

La perizia indica però altre criticità. «Confrontando le tavole strutturali riguardanti il progetto esecutivo del ’97 e la Relazione di calcolo con le foto che ritraggono parte degli elementi della struttura portante della copertura – si legge nello studio – si è rilevato che il progetto strutturale della copertura rappresentato nelle tavole e nella Relazione di calcolo descrive una configurazione diversa da quella realizzata». La Relazione di calcolo, viene precisato, «risulta timbrata e sottoscritta dal prof. ing. Fausto Benussi in data 20 dicembre 1997». Benussi, progettista e direttore dei lavori della struttura della piscina dal ’96 al ’99, figura tra gli indagati.

Il perito ha rilevato nella Relazione di calcolo (depositata il 22 giugno 1999) che «il file utilizzato come input del programma di calcolo SAP90 contiene alcuni errori», che sostanzialmente riguardano «i valori d’inerzia». Il valore assegnato alla sezione traversale della trave posta a coronamento del foro circolare soprastante la piscina, ad esempio, a detta dell’esperto «è di 11 volte più grande di quello della sezione della trave realizzata».

In altre parole, la causa del crollo della copertura «è imputabile all’aver introdotto nei calcoli momenti d’inerzia maggiori di quelli posseduti dagli elementi strutturali messi in opera». Quindi, «se la struttura reale fosse stata realizzata con le inerzie assegnate alla struttura virtuale la struttura non si sarebbe rotta per la sostituzione di due su sei bulloni». L’intervento di manutenzione, in base a questa ricostruzione, non avrebbe quindi inciso in alcun modo. Secondo il perito, insomma, «la cause del crollo della copertura non sono riconducibili a un’inadeguata gestione e manutenzione della piscina». E neppure a l’ossidazione dei bulloni.

Tutte considerazioni ovviamente non definitive e da verificare ora in un confronto peritale, atteso nel corso del procedimento. Si attendono altri accertamenti tecnici. Anche perché, da quanto risulta, nel corso della perizia – precisa lo stesso Russo – «non è stato possibile acquisire tutta la documentazione riguardante la costruzione». 



 

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