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Urbanistica, i novanta “buchi neri” di Trieste che attendono la rigenerazione

Il suggestivo interno del Gasometro del Broletto. Uno dei “buchi neri” di Trieste

Un’area che supera gli 850 mila metri quadrati, superiore persino ai 60 ettari del Porto Vecchio

TRIESTE. Trieste, capitale della scienza con Esof 2020, è un groviera di buchi neri. Sono 90 quelli censiti finora. Dalla Caserma di via Rossetti a Palazzo Parisi, dalla Rotonda Pancera a Palazzo Kalister in Piazza Libertà e Palazzo Carciotti, passando per il Campo Profughi di Padriciano, Piazzale Gretta, l’ex Ippodromo e l’ex Aci, il palazzo delle Ferrovie, via Udine, l’Urban Center DI Corso Cavour, l’Autopark Belvedere, il Tram di Opicina. Una lista lunghissima per una superficie di oltre 850 mila metri quadrati, materia “sottratta” all’utilizzo pubblico superiore all’estensione di Porto Vecchio. “Non luoghi” dove lo spaziotempo congela tutto.



Il dossier inedito, curato dall’architetto Roberto Dambrosi per l’associazione Un’altra città, mappa questi luoghi incompiuti della città che raccontato le “contraddizioni” o “implosioni” della pianificazione urbanistica. E venerdì, al Teatro Miela, il lavoro fresco di stampa verrà presentato in un incontro pubblico promosso dalla Rete civica “Un’altra città” e in particolare dal Tavolo qualità dell’ambiente urbano e Porto vecchio, che si è costituito un anno fa e ha promosso nel dicembre 2019 l’evento “Porto vecchio impresa collettiva”.

L’obiettivo è quello di condividere un aggiornamento sullo stato delle cose e restituire i contenuti dei tavoli di lavoro di dicembre, vere e proprie strategie per lo sviluppo della città. Al rovescio delle strategie ci sono invece i “buchi neri”: aree che rendono evidente e tangibile il declino urbano e che sono state mappate dalla nuova pubblicazione promossa da Un’altra città e curata dall’architetto Roberto Dambrosi, “Buchi neri. Indagine sui luoghi incompiuti o abbandonati della città di Trieste”. «Si tratta di decine di siti progettati e abbandonati a se stessi, o mai definitivamente realizzati e per i quali ad oggi manca qualsiasi prospettiva di riconversione o rigenerazione urbana» spiega Dambrosi.

E il Porto vecchio sarà il convitato di pietra dell’incontro sulle eterne incompiute cittadine. La madre di tutti i buchi neri di Trieste. «Rappresentano l’altra faccia dell’antico scalo – spiegano i promotori –. Si può sperare che la città sappia affrontare la riqualificazione di Porto vecchio meglio di come sta trattando i tanti buchi neri presenti nei suoi quartieri? E si può lavorare affinché la riqualificazione del Porto vecchio sia un’occasione per ripensare anche a quei buchi neri e per attivare un processo di rigenerazione urbana di cui benefici tutta la città, rioni popolari e periferici compresi? ». Belle domande. «Dopo l’analisi sui buchi neri, possiamo trarre alcune conclusioni anche in ragione del rapporto che si può prospettare tra i luoghi del declino urbano ed il più grande dei buchi neri, il Porto Vecchio» aggiunge Dambrosi.

L’incontro al Miela, presentato da Marcela Serli, sarà introdotti da William Starc. Il dossier sui buchi neri sarà illustrato da Roberto Dambrosi con Anna Laura Govoni e un contributo metodologico di Giovanni Fraziano. Subito dopo si aprirà, con Riccardo Laterza e Gaia Novati, il resoconto sui tavoli di lavoro dedicati alle strategie per lo sviluppo della città.

Dagli 8 tavoli di lavoro avviati a dicembre, con la riflessione di centinaia di cittadini, sono emerse tre direttrici: Porto Vecchio come laboratorio per la sostenibilità e la qualità della vita cittadina, anche in risposta alla crisi climatica, a una maggiore accessibilità, a spazi pubblici di qualità; in chiave dialettica fra Porto Vecchio e sviluppo economico e produttivo, in connessione con eccellenze cittadine come il sistema della ricerca e il mondo della cultura.

E infine con la visione di Porto vecchio quale ponte verso l’Europa e il Mediterraneo, spazio che ospita occasioni di incontro, confronto e cooperazione con mondi vicini e lontani, per riportare la città al centro di un’area vasta collocata tra Mediterraneo, Mitteleuropa e Oriente.

Tre linee guida di lavoro, per tre domande precise che saranno rivolte all’amministrazione comunale di Roberto Dipiazza. La prima: “cosa si è fatto e cosa si vorrà fare per rendere il Porto Vecchio un’area autosufficiente dal punto di vista energetico, ridurre al massimo la mobilità inquinante e la produzione di rifiuti?”. La seconda: “cosa si è fatto e cosa si vorrà fare per garantire che gli investimenti pubblici e privati sul Porto Vecchio generino un’occupazione di qualità, stabile e adeguatamente remunerato?”. La terza: “cosa si è fatto e cosa si vorrà fare per coinvolgere istituzioni, enti, associazioni e operatori privati nel disegno del futuro del Porto Vecchio, anche su una scala transfrontaliera, considerato che l’area in oggetto è totalmente sproporzionata rispetto alle dimensioni della città?”.

Si attendono ovviamente le risposte. A meno che di non candidare il Porto Vecchio a diventare il “buco nero” dei “buchi neri” di Trieste. 




 

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