Dalle leggi razziali alla dittatura argentina, il monito di Vera: «Mai più indifferenza»

Il racconto alla Risiera della 92enne Vigevani Jarach, fuggita da bimba oltreoceano, dove poi la figlia fu uccisa dal regime militare

TRIESTE. «Mai più silenzi e indifferenza. Abbiamo bisogno di memoria, verità e giustizia, sia quella dei tribunali che quella sociale». Questo è l’appello che Vera Vigevani Jarach, «militante della memoria» e scrittrice 92enne, ha rivolto agli studenti del Petrarca e ai cittadini presenti ieri mattina alla Risiera di San Sabba per la conferenza dal titolo “Dalle leggi razziali alla dittatura in Argentina” davanti anche al presidente del Consiglio comunale Francesco Panteca, che ha portato i saluti del sindaco e della giunta di Trieste, e alla senatrice Tatjana Rojc del Pd, che ha presentato la protagonista dell’incontro.

«La barbarie è sempre dietro alla porta e non permette ai testimoni di vivere liberi – ha dichiarato Rojc – perché non vi può essere libertà per chi è stato segnato da un dolore intimo e profondo che ha pervaso la storia e le famiglie. Il racconto di Vera Vigevani Jarach è preziosissimo. Condividiamo la speranza che le sue parole possano affliggerci, redimerci e insegnarci».


Vera Vigevani Jarach nacque a Milano nel 1928 da una famiglia ebrea e 10 anni più tardi dovette emigrare in Argentina per sfuggire alle leggi razziali, delle quali fu vittima suo nonno, che venne deportato in un campo di concentramento. In Sud America sposò Giorgio Jarach e lavorò come giornalista all’Ansa di Buenos Aires. Per aver manifestato contro la dittatura militare instauratasi in Argentina, sua figlia Franca fu fatta scomparire a 18 anni il 26 giugno 1976.

Di lei non si seppe più nulla per circa 20 anni, finché una donna che era sopravvissuta al campo di concentramento dell’Esma svelò la drammatica verità: Franca fu buttata in mare da un aereo, come tante altre e altri “desaparecidos”, per evitare che il suo corpo venisse ritrovato.

Per questo motivo, Vera prese parte al movimento delle Madres de Plaza de Mayo fin dalla sua fondazione e oggi gira nel mondo a raccontare la sua storia, affinché nessuno dimentichi e certi drammi non si possano più ripetere. Purtroppo, però, pare che gli uomini siano ancora lontani dal raggiungere tale fine.

«Alla fine del secolo scorso immaginavamo un mondo libero, in pace e senza genocidi, invece così non è successo», ha affermato Vera durante l’incontro di ieri alla Risiera. A prova di ciò ha portato l’esempio dei femminicidi, della fame nel mondo, della crisi climatica, della nascita di nuovi fanatismi e razzismi e dei migranti morti nel Mediterraneo, che secondo lei possono essere definiti «i nuovi desaparecidos».

Nella sua lunga e difficile storia, Vera ha imparato una lezione fondamentale che vuole trasmettere alle nuove generazioni: «È sempre importante che qualcuno rompa il silenzio. In Argentina ci sono stati il teatro, la poesia e le canzoni assieme a noi madri (de Plaza de Mayo, ndr), che siamo diventate gradualmente un movimento di resistenza». «Anche noi avevamo paura ma bisogna sempre muoversi – ha poi aggiunto – come durante l’arrampicata su roccia: può essere che a un certo punto non trovi un appiglio, allora devi stare attento a non paralizzarti e rimanere tranquillo per cercarne uno».

L’esempio di Vera si è riferito volutamente a uno sport tipicamente triestino, che lei conosce bene in quanto suo marito era originario di queste terre e in gioventù aveva compiuto i suoi studi al liceo Petrarca. «Parlava sempre di Trieste e durante la dittatura in Argentina – ha raccontato – abbiamo anche pensato di venire qua a insegnare spagnolo e portoghese in una scuola».

Per dimostrare come i temi dei quali si è fatta testimone siano ancora attuali e delicati, Vera ha riportato un episodio recente della sua vita. Pochi mesi fa doveva essere ospite di una scuola a Buenos Aires, ma all’ultimo momento una professoressa le ha riferito che non sarebbe stato possibile svolgere l’incontro perché c’era un’ispettrice del governo che l’aveva vietato. Allora Vera ha deciso di chiamare gli studenti col cellulare e di invitarli al parco della memoria nella capitale, dove si sono ritrovati in tantissimi e hanno dialogato a lungo con lei. «Immediatamente è stato rotto il silenzio e la situazione si è capovolta. Se provano a silenziarci ci dobbiamo prendere le piazze, sempre in pace e con mezzi non violenti» , ha affermato tra gli applausi dei presenti.

 

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