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Le polemiche scuotono l’omaggio alla memoria nella Foiba di Basovizza a Trieste

Scontro politico davanti alla folla. C’è Gasparri, il Pd se ne va: «Show sovranista» Il ministro D’Incà: «Non si rinfocoli l’odio». Salvini e Meloni: «Basta negazionisti»

TRIESTE. A Basovizza anche stavolta il Ricordo è senza pace. L’anno scorso il monumento della Foiba fu teatro di quel «viva l’Istria e la Dalmazia italiane», con cui l’allora presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani scatenò una polemica internazionale. Questa volta, invece, la delegazione del Pd se ne va, in segno di protesta contro l’intervento del senatore Maurizio Gasparri.

Ricordo, Meloni alla foiba di Basovizza: "Revocare onorificenza a Tito"



Il presidente Sergio Mattarella ha appena stigmatizzato il negazionismo e la scarsa conoscenza delle tragiche vicende del confine orientale, ma queste finiscono di nuovo relegate a parte marginale del circo mediatico che ruota attorno al Giorno del ricordo. La polemica sovrasta la ricostruzione delle violenze dei comunisti jugoslavi nel dopoguerra, dell’esodo istriano e di uno scontro fra nazionalismi e ideologie totalitarie cominciato nell’Ottocento e durato decenni.



A Trieste arrivano i leader nazionali Matteo Salvini e Giorgia Meloni: strette di mano, sorrisi e selfie con un popolo che sente forte il richiamo della destra. Ma il Capitano non è più ministro e non sale sul palco come un anno fa. Stavolta la scintilla parte per la presenza fra gli oratori del senatore Maurizio Gasparri: l’esponente di Forza Italia non è vicepresidente di Palazzo Madama, ma prende la parola per ultimo in rappresentanza della presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati. I parlamentari Pd lo considerano un blitz e abbandonano il campo, accusando la destra di voler monopolizzare il 10 febbraio, anche alla luce dell’intervento del governatore Massimiliano Fedriga, primo presidente della Regione a parlare a Basovizza.



«Sapevamo – dice Gasparri – ma troppi negavano. Ci vollero 35 anni perché Basovizza diventasse monumento nazionale e 46 perché un presidente della Repubblica si inchinasse qui. Quanto ci vorrà perché scompaiano i negazionismi?». Il senatore si sofferma sullo «spazio marginale» dato in tv a «questa sciagura nazionale, in cui chi non inneggiava al nuovo ordine di Tito spariva nel nulla. A Trieste il tricolore è più tricolore che altrove».



Parole pronunciate mentre i senatori Luigi Zanda e Tatjana Rojc, la deputata Debora Serracchiani e il consigliere regionale Francesco Russo lasciavano lo spazio delle autorità, con una reazione salita subito alla ribalta nazionale e stigmatizzata dal centrodestra. «La foiba di Basovizza – commenta Serracchiani – ormai è palcoscenico della destra sovranista. Questo giorno è una solennità in cui si condivide pietà e giustizia, non un’occasione per spingersi in prima fila alla ricerca delle telecamere».

Per Zanda, «c’è stato un eccesso di toni di propaganda, incluso il senatore Gasparri che era qui per rappresentare l’intero Senato. Un errore grave che contraddice lo spirito di riconciliazione del Giorno del ricordo». Gasparri respinge le critiche: «Ero intervenuto quale rappresentante istituzionale e come tale ho articolato il mio discorso, in gran parte tratto dalle parole del presidente Mattarella».

Per il governo aveva parlato poco prima il ministro Federico D’Incà: «Migliaia di persone non tornarono più a casa, furono deportate o sparirono nelle foibe. L’intero Paese deve camminare unito, senza alcun atteggiamento negazionista di fronte alla storia e senza strumentalizzazioni che servano a rinfocolare odi ormai sepolti».

Prima dell’inizio della celebrazione, Salvini e Meloni non lesinano i commenti alla stampa. «È mio piacere, mio dovere e mio onore – dice il segretario della Lega – essere in mezzo a queste donne e questi uomini. Spero che tutti i nostri figli possano studiare tutti i crimini della storia di qualunque colore politico, perché in Italia c’è ancora qualcuno che nega che ci siano martiri da tutte le parti».

Per Salvini, «i pochi negazionisti rimasti andrebbero educati, curati e internati». Gli fa eco Fedriga: «Per troppo tempo è stata negata la sofferenza degli italiani di quest’area», dice dal palco, sottolineando a margine che «le tesi negazioniste e riduzioniste devono essere contrastate con la verità e non con la censura. Le istituzioni eliminano i finanziamenti a tutte le realtà che promuovono tesi di questo tipo».

Argomenti ripresi anche da Giorgia Meloni. Per la presidente di Fratelli d’Italia, «c’è ancora da combattere contro il negazionismo che, invece di diminuire, aumenta». Da Meloni anche la richiesta di «revocare la medaglia con cui fu insignito il maresciallo Tito dalla Repubblica italiana». 

 

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