I migranti lungo la via balcanica tornano a puntare sull’Ungheria

Migranti lungo la rotta balcanica

Budapest lancia l’allarme: in un mese respinte 3400 persone, numero quasi pari a quello registrato nell’intero 2018. Il ministro serbo: situazione complicata

TRIESTE Si sposta a sorpresa la Rotta balcanica, la via delle migrazioni in costante trasformazione che torna ora al passato deviando dalla direttrice Bosnia-Croazia-Slovenia - la più battuta negli ultimi anni - per tornare a puntare verso l’Ungheria. È l’allarme che si leva in questi giorni a Budapest, dove le autorità si dicono sempre più preoccupate per un aumento della pressione migratoria dalla vicina Serbia. Niente di paragonabile al 2015, ma l’apprensione magiara è palpabile ed è stato espressa in particolare dal consigliere per la sicurezza del premier Viktor Orbán, György Bakondi, che nei giorni scorsi ha di fatto ammesso che il confine serbo-magiaro non è così sigillato come si pensava.

Si sta invece assistendo nell’ultimo periodo a un «drammatico aumento» dei tentativi d’ingresso, registrati nelle sezioni del confine «che non sono protette» dalla mega-barriera metallica costruita nel 2015, ha suggerito Bakondi. Si tratta di un riferimento a piccole sezioni della frontiera dove non è possibile erigere barriere stabili e forti «a causa delle condizioni del terreno, per la presenza di fiumi o passaggi di animali selvatici», “buchi” che vengono sfruttati da profughi e migranti che tentano di passare dalla Serbia all’Ungheria. A spingerli verso l’Ungheria è un’altra ragione: l’Ungheria è parte dell’area Schengen e, una volta entrati nel Paese, si può teoricamente sperare di arrivare direttamente in Germania senza dover più attraversare insidiosi sorvegliatissimi confini, come quello ad esempio che separano Bosnia e Croazia e Croazia e Slovenia.



Le paure espresse da Budapest sono corroborate dai numeri. Mentre nel 2018 ci sono stati 3.477 tentativi di ingresso illegale al confine meridionale e «nel 2019 le autorità hanno compiuti 11.535 arresti, solo a gennaio il numero» dei migranti respinti è schizzato a 3.400, ha aggiunto Bakondi. Ma i timori sono confermati anche da fatti concreti, come l’incidente registrato martedì all’alba al valico confinario secondario di Horgos-Roszke 2, tra Serbia e Ungheria, dove una sessantina di migranti e profughi hanno tentato di sfondare. Protetti dall’oscurità, in gruppo hanno scavalcato il cancello che chiude il posto di frontiera, aperto al traffico solo dalle 7 alle 19. Immediata e assai dura la reazione degli agenti ungheresi, che hanno addirittura sparato in aria colpi d’avvertimento. Cinque migranti sono stati arrestati, gli altri respinti in Serbia.

Ma quello di Horgos potrebbe non rimanere un caso isolato. Budapest – che ha rafforzato i controlli ai confini terrestri e sul Tibisco - avrebbe informazioni su piani simili di «gruppi di migranti» in altri punti del confine, ha assicurato il ministro degli Interni, Sandor Pinter; mentre il ministro serbo della Difesa, Aleksandar Vulin, ha parlato di situazione oggi «significativamente più complessa» che in passato. Ma sono le politiche draconiane dell’Ungheria, che consente l’ingresso regolare nel Paese via “transit zones” per chiedere asilo solo dopo una lista d’attesa che oggi dura quasi due anni, a spingere migranti e profughi al limite, ha denunciato Rados Djurović, il direttore dell’Asylum Protection Center serbo. Djurović ha svelato che sarebbero oggi circa seimila i profughi in Serbia, in aumento, e almeno mille quelli in attesa nei pressi del confine serbo. Sono disperati che «cercano ogni giorno di entrare in Ungheria», in qualche modo, mentre dall’altra parte si usano «forza e armi e si installa la corrente elettrica sulla barriera» anti-migranti. E dagli «avvertimenti all’uso delle armi» contro i profughi - ha concluso - «il confine è sottile». —


 

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