«Partecipativo e inclusivo Così sarà il Museo del mare»

Il progettista sivigliano Vazquez Consuegra lavorerà soprattutto all’interno del “26” ma vuole una struttura che dialoghi con gli spazi esterni. La prima idea tra un mese



Due giorni di immersione nella realtà istituzionale e amministrativa triestina. Incontri con il sindaco Dipiazza, con gli assessori Rossi e Lodi, con i dirigenti comunali dei Lavori pubblici e della Cultura. Uno sguardo al Magazzino 26, che dovrà trasformare in Museo del mare. Fissato un appuntamento di massima: pensa di tornare a Trieste tra un mese con una prima concreta idea su cosa intenda fare di quei 20.000 metri quadrati in Porto vecchio.


Guillermo Vazquez Consuegra, architetto sivigliano, ha appena terminato una riunione in una saletta del museo Schmidl a palazzo Gopcevich: è la seconda volta che viene a Trieste nel giro di un anno.

Trieste, Porto vecchio, Magazzino 26: il Museo del mare può essere di più di un contenitore culturale, ovvero il narratore della città?

Senza dubbio. Trieste è una città bellissima e a noi architetti piace lavorare in contesti urbani gradevoli. Montagna, mare, magnificenza e monumentalità, penso per esempio a piazza della Borsa e a piazza Unità. E all’orizzonte marino: non è possibile capire Trieste senza il mare. Completamente diversa dalla mia Siviglia, molto estesa, con un centro medievale. Il museo, per quanto fisicamente distinto dal centro, deve dialogare con la città. Trieste è una città di frontiera, il porto è anch’esso frontiera nei confronti dello spazio acqueo. Vorrei disegnare un museo del XXI secolo, partecipativo, inclusivo, basato sull’interazione sociale.

Premesso che l’elaborato definitivo sarà presentato entro la fine dell’anno, come pensa di affrontare la grande mole del “26”?

Cominciamo col chiarire che è un edificio vincolato, di cui non possiamo alterare la fisionomia. L’intervento si concentrerà soprattutto sull’interno. Sarà, per forza, un intervento limitato, ma a me piace lavorare sul limite.

Il rendering, presentato a dicembre al Ferdinandeo, prevedeva però un coinvolgimento degli esterni.

Vero, il museo deve appropriarsi dello spazio che lo circonda, deve “scappare” dal confine edilizio. Lavorare sugli interni non significa ignorare il contesto nel quale è posizionato il “26”. Il Museo cerca il mare, lo deve incontrare, deve avere un rapporto con esso.

Confermato allora l’utilizzo dei reperti di Marconi?

Certo, la prua di nave Elettra sull’asse del “26”, inserita nello spazio tra gli hangar 24 e 25. E anche il sommergibile ormeggiato al Bacino 0.

Nessun problema per il fatto che il Comune vuole vendere gli hangar 24-25? Prua e sommergibile sono compatibili con i programmi dei futuri acquirenti?

Non vedo controindicazioni, la prua sfrutta il vuoto tra i due hangar. Allestiremo comunque altri materiali espositivi all’esterno del museo.

In Italia lei ha già lavorato su un museo del mare, quello di Genova. C’è qualche affinità con l’impegno triestino?

Si tratta di edifici completamente diversi. A Genova c’era molta più libertà di azione: l’ex arsenale venne trasformato e la facciata modificata. Gli interventi, susseguitisi nei secoli, avevano fortemente compresso gli spazi interni. A Trieste la situazione è differente: lo stabile è enorme, costruito molto bene, solido, con una bellissima facciata, per cui - come ho precisato in partenza - il lavoro si concentrerà soprattutto all’interno.

Anche a Cartagena un incontro con il mare, nel Museo di archeologia marittima.

A sua volta un edificio differente rispetto ai due passati prima in rassegna. Situato nel waterfront, aperto in due parti separate da una piazza pubblica, la parte espositiva allestita sotto terra. —



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