Cpr di Gradisca, la sorella del migrante morto: «Venerdì ci siamo sentiti. Mio fratello stava male. Com’è potuto morire lì?»

Parla la parente del georgiano recluso al centro e deceduto in circostanze misteriose: «Ha detto che gli davano molti farmaci eppure era in salute. Ora vogliamo verità»

TRIESTE «L’ultima volta che ho sentito mio fratello era venerdì scorso. Mi ha detto che stava male, ma non mi ha detto il perché. Mi ha solo spiegato che prendeva dei farmaci che gli avevano dato all’interno del Cpr e che gli avevano anche aumentato la dose. Eppure non aveva mai avuto problemi di salute, era forte, giocava in una squadra di calcio di Chiatura, la nostra città». A parlare è Asmat Jokhadze, la sorella di Vakhtang Enukidze, il migrante georgiano di 37 anni recluso all’interno del Cpr di Gradisca e morto per cause ancora misteriose sabato scorso all’ospedale San Giovanni di Dio di Gorizia. Sul caso, come noto, la Procura di Gorizia, diretta dal procuratore Massimo Lia, ha aperto un fascicolo per omicidio volontario a carico di ignoti. A coordinare le indagini, affidate alla Squadra mobile isontina, è il pm Paolo Ancora.

Tanti restano ancora i quesiti senza risposta sulla morte apparentemente improvvisa del cittadino georgiano, che sarebbe stato coinvolto in una rissa all’interno del Cpr quattro giorni prima, martedì 14 gennaio. Il caso è finito alla ribalta delle cronache nazionali tanto che lunedì scorso, dopo che domenica aveva già fatto il suo ingresso il deputato di +Europa Riccardo Magi, la struttura di Gradisca è stata visitata dal Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, accompagnato dalla deputata Debora Serracchiani e dal sindaco della cittadina isontina Linda Tomasinsig, oltre che dai vertici di Prefettura e Questura. È stato un sopralluogo-fiume, durato oltre tre ore, da cui è scaturita la volontà di costituirsi parte civile nel procedimento chiamato a fare luce sulla morte di Vakhtang Enukidze.



Lo straniero di origine georgiana era arrivato a Gradisca il 19 dicembre, cioè pochi giorni dopo l’apertura del Cpr. Era stato trasferito lì insieme ad un’altra trentina di stranieri dal centro rimpatri di Bari danneggiato pesantemente a seguito degli incendi appiccati per protesta dai reclusi. Non si sa se Vakhtang Enukidze fosse tra gli autori del rogo. Era stato comunque ritenuto necessario un trasferimento di gruppo proprio perché non c'erano più posti a sufficienza.

Prima di raggiungere la città pugliese Vakhtang Enukidze, che non aveva né moglie né figli, aveva vissuto a Roma, racconta sempre Asmat Jokhadze, la sorella di 39 anni, che è rimasta a Chiatura, in Georgia, assieme ai genitori pensionati, in attesa che la salma possa rientrare nel Paese d’origine. «Vakhtang era venuto in Italia nel 2017 per cercare fortuna - dice -. Qui in patria faceva l’imbianchino e giocava a calcio. A Roma so che si era messo a fare dei lavoretti in nero, qua e là, però era senza documenti. Poi, un giorno, proprio perché clandestino, è stato fermato ed è stato portato a Bari».



Fratello e sorella erano rimasti in contatto, si sentivano al telefono, ma non tanto spesso. Lei però assicura che Vakhtang «non era finito in qualche brutto giro». Ma non sa dire di più. Quel che però ricorda molto bene è la telefonata di venerdì scorso, quando il 38enne l’aveva chiamata e le aveva detto che non si sentiva bene. Anche qui però le notizie sono frammentarie. «Non so dire però che cosa avesse di preciso, sentivo però che stava male». Un’indicazione purtroppo confermata visto che il giorno dopo il fratello muore. Ad avvisarla è un amico georgiano di Vakhtang che viveva in Italia. «Appresa la notizia – spiega Asmat -, ho chiamato subito il consolato georgiano in Italia che mi ha confermato il decesso».

Ora la famiglia pretende la verità. «Prima di tutto aspettiamo però la risposta dell’autopsia. Ci appoggiamo al consolato di Roma e vedremo che cosa fare con loro - afferma sempre la sorella -. Io non posso venire in Italia». —


 

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