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Cantiere Villesse-Gorizia «Ghiaia estratta in surplus e materiale non certificato»

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Vasche di depurazione delle acque «molto più ampie» e per quelle ultimate il «volume di ghiaia escavata era maggiore rispetto a quanto previsto dai progetti approvati dal Cipe», redatti dall’organo commissariale che all’epoca era subentrato ad Autovie Venete. Buche per le quali il prelievo in eccesso, «non autorizzato, veniva poi rimpinguato con materiale da riporto non certificato».

Nel cantiere della realizzazione del tratto autostradale Villesse-Gorizia, i carabinieri del Noe avevano inoltre riscontrato dodici siti «non contemplati» dal progetto, con l’asporto della ghiaia e la sostituzione sempre con materiale che, non essendo stato analizzato, era considerato dalla Procura come «rifiuto».

A parlarne è stato lunedì, al Tribunale di Gorizia, davanti al giudice monocratico Fabrizia De Vincenzi, il carabiniere del Nucleo operativo ecologico di Udine il quale, era l’autunno del 2012, aveva eseguito le indagini.

Il processo vede imputati Renzo Pavan, quale direttore Area realizzazione Autovie Venete, Enrico Razzini, allora in qualità di responsabile unico del procedimento all’interno della struttura commissariale dell’asse autostradale Villesse-Gorizia, Piero Petrucco, legale rappresentante della Icop, tutti difesi dall’avvocato Luca Ponti (ieri in aula c’era l’avvocato De Pauli), Eddi Tomat, legale rappresentante della società Impresa Tomat Spa, rappresentato dall’avvocato Nicola Caruso, Michele Zodio, legale rappresentante della Friulana Bitumi Srl (nel frattempo fallita), sostenuto dall’avvocato Tapparo. Le società Tomat spa e Friulana Bitumi srl, in qualità di persone giuridiche, sono rappresentate dall’avvocato d’ufficio Elisa Moratti.

L’ipotesi di accusa è quella di frode nell’esecuzione degli obblighi contrattuali dell’appalto. Secondo i Noe, coordinati dalla Procura con il pubblico ministero Valentina Bossi, l’Associazione temporanea d’impresa (Ati) facente capo al Consorzio Fvg 5, avrebbe «posto in opera i rilevati stradali con materiali del tutto privi di certificazione d’origine e provenienti dagli scavi abusivi rispetto al progetto approvato dal Cipe».

Il teste lunedì scorso ha ripercorso l’attività eseguita all’epoca. Tutto era nato dal monitoraggio disposto dal comando del Noe delle infrastrutture a forte impatto, in base alla Legge Obiettivo numero 43 del 2001. L’opera in questione era in parte finanziata dalla Regione Friuli Venezia Giulia e in parte dallo Stato. La Procura aveva proceduto al controllo delle società che gestivano i materiali prodotti dal cantiere. La Friulana Bitumi, ha spiegato il carabiniere del Noe, era l’unica impresa autorizzata, a fronte di specifiche aree di intervento indicate dal progetto. Tomat spa, ha continuato il teste, non era “abilitata”, le ripetute procedure autorizzatorie non s’erano concluse.

I Noe avevano rilevato che era stata autorizzata la realizzazione di 58 vasche di depurazione dislocate sull’asse Villesse-Gorizia e Gorizia-Villesse. Vasche che, rispetto ai progetti approvati dal Cipe, «erano decisamente più larghe, lunghe e profonde», alcune, ha aggiunto il carabiniere, «avevano raggiunto la falda».

I carabinieri dei Noe avevano quindi controllato le vasche già ultimate, erano stati pertanto eseguiti gli scavi per verificare le caratteristiche del fondo, risultato costituito da materiale da riporto. Quando il pm ha chiesto precisazioni sulla relativa tipologia, il carabiniere del Noe ha spiegato che «il materiale era più povero rispetto alla ghiaia, anche meno drenante».

Dunque, ghiaia estratta in surplus e sostituita per ripristinare il volume delle vasche come da progetto con materiale «non certificato». Il teste ha aggiunto, sempre rispondendo alle domande del pubblico ministero: «Era stati effettuati dodici scavi con volumi importanti di ghiaia non autorizzati». —



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