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Le voci dei residenti: «Finalmente smetteremo di respirare carbone». «Sì, ma senza fabbrica il rione rischia di sparire»

Abitanti di Servola divisi tra soddisfazione per la chiusura dell’altoforno e paure per l’impoverimento del quartiere. Critiche ai ritardi della politica

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TRIESTE. Ci sono umori contrastanti fra i residenti di Servola sull’avvio del processo di riconversione della Ferriera. C’è soddisfazione, ma anche tristezza nel veder chiudere un impianto che ha dato da vivere a tanti dei suoi abitanti. Stati d’animo che si mescolano poi con il rammarico per il tanto tempo perso, con il timore per i modi e i tempi in cui avverrà la riconversione e con la preoccupazione per il futuro del rione.

«Siamo contenti dello stop ormai vicino - spiega un avventore dell’Osteria da Gigi - anche se la Ferriera andava chiusa nel 2010, ossia prima dell’acquisizione di Arvedi, quando cioè l’impianto inquinava con livelli di benzopirene superiore di ben 7 volte ai limiti fissati dalla legge. Adesso è facile intervenire, però ricordiamoci che la chiusura dell’area a caldo è frutto di una decisione della proprietà, probabilmente dettata dall’obsolescenza degli impianti, e non della politica, che ha dimostrato ancora una volta tutto il suo ritardo».

Rammarico per l’incapacità dimostrata in passato dalle istituzioni, che ha finito per far perdere tempo prezioso, lo esprime anche un altro dei clienti della storica osteria. «Fa specie che la chiudano adesso che l’impianto dà minor fastidio rispetto a una decina d’anni fa. Da un punto di vista ambientale negli ultimi tempi c’è stato un lieve miglioramento - spiega - così come nella percezione dei rumori, anche se nelle case attigue all'impianto le criticità sono rimaste sempre alte. In definitiva è un bene che l’area a caldo venga chiusa».

Anni di annunci, però, hanno portato ad aumentare lo scetticismo fra gli abitanti del rione. «Finché non vediamo non crediamo - queste sono le parole di molti - perché abbiamo imparato a fidarci solo di ciò che vediamo con i nostro occhi». C’è chi pensa, con lo sguardo quasi sognante, a come potrà diventare “normale” la propria vita dopo lo spegnimento dell’altoforno. «Dopo 50 anni potremo finalmente non respirare più carbone - si rallegrano due signore appena scese dall'autobus - dopo che per molto tempo abbiamo dovuto togliere la fuliggine anche dal frigorifero».

Sollievo per la chiusura dell’area a caldo misto a preoccupazione per la morte di una comunità che è qualcosa più di un semplice rione. È questa invece la sensazione che si respira in uno dei pochi bar rimasti ancora aperti nel centro di Servola. «Il “paese” resta senza niente - spiega uno degli avventori - chiude la Ferriera, chiude la posta, non c’è più la banca. Chissà cosa ne sarà di Servola fra qualche anno». Le opzioni se le fornisce da solo. «O rifiorirà grazie al venir meno di un elemento così inquinante oppure l’assenza di un impianto industriale del genere contribuirà a farlo morire definitivamente».

«Nonostante la presenza di un impianto così inquinante, il nostro rione è sempre stato la capitale del buonumore - gli fa eco un altro cliente del locale -, non a caso la canzone popolare recita “E mi col mus e ti col tram andemo a Servola doman”. Si veniva qui a divertirsi, e non solo nel periodo del Carnevale. C’erano molte attività, mentre adesso il paese è stato progressivamente distrutto. Una zona che era completamente a sé stante rispetto al resto della città perché aveva le caratteristiche proprie di un paese, ora lo è perché non ha più vita».

C’è soddisfazione, infine, fra comitati e associazioni sorti per la difesa di Servola. «Siamo contenti anche se, come pare, il procedimento di dismissione dell’impianto non sarà rapido - spiega la responsabile del Comitato No Smog, Alda Sancin -. La vita continuerà a non essere facile per gli abitanti della zona ancora per alcuni anni, ossia fino a quando le strutture della Ferriera non verranno sostituite con altre produttive o portuali».

Il presidente della Settima Circoscrizione, sotto la quale Servola ricade, vede nella chiusura dell’area a caldo un futuro volano per la rinascita del rione. «Io la vedo come una grande opportunità – spiega Stefano Bernobich –. Penso al mercato immobiliare: con il venir meno di un fattore inquinante come l’area a caldo della Ferriera credo che nei prossimi anni si potrà tornare ad investire qui e questo potrebbe contribuire a far rinascere il territorio». 

 

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