Mitrovica, miracolo a Mahala dove l’etnia non è una barriera

Scorcio di Bosnjačka Mahala, rione di Mitrovica dove l’etnia non è una barriera. balkaninsight.com

In un angolo a nord della città divisa in due dal fiume Ibar si parla albanese, serbo rom e turco. Una sorta di zona franca del commercio, tra suk e piccola impresa

TRIESTE Se i soldati della Kfor (missione Nato in Kosovo) se ne dovessero andare nessuno scommetterebbe neppure un penny sulla convivenza pacifica tra serbi e albanesi a Kosovska Mitrovica. Il fiume Ibar divide come un naturale Muro di Berlino le due parti della città spezzata etnicamente. E qualsiasi attraversamento di quel “muro” può diventare un’avventura senza ritorno. Tutti salutano con un cenno i militari che garantiscono la sicurezza (pace sarebbe una parola troppo grossa per Mitrovica) ma quando i pedoni si incrociano tra di loro abbassano lo sguardo per paura di incrociare gli occhi sbagliati. Suddivisa tra albanesi nel sud e serbi nel nord, questa città mineraria un tempo fiorente resta un punto ad alto grado di infiammabilità ed è impermeabile a ogni tentativo di riconciliazione.



Eppure in un piccolo quartiere sul lato nord, dove le strade silenziose e illuminate di notte si animano di scambi la mattina, le voci albanesi si mescolano con i serbi come hanno fatto per anni. Contro ogni previsione, il quartiere di Bosnjacka Mahala, vicino al fiume Ibar, è rimasto multietnico, con molti commercianti residenti la cui merce a buon mercato porta persone provenienti da tutto il Kosovo, a volte oltre, in cerca di un buon affare. Del resto lo dicevanogià i romani: «Pecunia non olet». Bosnjacka Mahala vanta decine di negozi, principalmente di proprietà di albanesi che vendono di tutto, dalle sneaker da 10 euro a mobili di qualità e soprattutto nei negozi di alimentari non c’è da meravigliarsi se si sentono i clienti parlare in serbo, albanese, rom e turco.

Ciò non vuol dire che Bosnjacka Mahala sia sfuggita alle tensioni che resistono oramai da 20 anni dopo la guerra e da più di un decennio da quando il Kosovo ha dichiarato l'indipendenza dalla Serbia e i serbi nel nord hanno dispiegato il filo spinato attraverso il principale ponte nord-sud di Mitrovica. Alcuni residenti hanno dovuto affrontare intimidazioni, esplosioni di granate e pressioni per vendere e andare via. Alcuni - serbi e albanesi - se ne sono andati, costretti a fuggire quando le loro case sono state incendiate, con i resti lasciati intonsi quasi monumenti a monito di quanto è successo. Mentre il commercio unisce le persone, i bambini serbi e albanesi non sono spesso visti giocare insieme. Bandiere serbe si agitano al vento esposte dalle finestre delle case serbe, vessilli albanesi invece dalle finestre dietro le quali vivono gli albanesi. La bandiera del Kosovo però non si vede da nessuna parte. I residenti rimangono cauti, e vivono in una sorta di limbo dove sono in vigore leggi mai scritte e mai promulgat ma che garantiscono la sopravvivenza. E da queste parti non è cosa da poco.

«Non ho nulla contro i bambini che giocano insieme e imparano l'un l'altro la lingua, perché no?», afferma Zoran, un serbo che dice di avere due figli. «Ma la situazione qui non è ancora del tutto normale. L'intera Bosnjacka è mal illuminata, quindi non puoi nemmeno permettere ai bambini di giocare dopo il calar del sole. Abbiamo albanesi nel quartiere, ci salutiamo, ma non sono vicini. Forse è colpa nostra, delle generazioni più anziane e della nostra paura, non lo so ...». I negozianti affermano di ottenere le loro merci da qualsiasi luogo possibile, da tutta la regione dei Balcani, ma anche dalla Turchia, dalla Germania e dall’Italia. Negli ultimi anni, alcuni negozianti albanesi hanno iniziato ad assumere personale serbo e viceversa. A volte, poiché le giovani generazioni di serbi e albanesi spesso non sono in grado di parlare reciprocamente la lingua, comunicano in inglese diventata qui una sorta di “lingua franca”. E forse proprio questi giovani abbatteranno anche quell’ultimo muro, il muro dell’altro che è altro perché parla un’altra lingua o adora un altro Dio. —


 

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