Via a Turkish Stream: il gas della Russia rafforza il legame fra Mosca e Belgrado

Il tubone che costituisce l’ossatura base del gasdotto Turkish Stream in fase di saldatura

Vučić: così costruiamo la nostra sicurezza energetica, potremo recuperare gli investimenti in pochi anni

BELGRADO Non solo sicurezza militare (doni di carri armati e aerei sotto costo) ma anche energetica, due facce della stessa medaglia geopolitica. È quanto la Russia è disposta a fare per la Serbia (Paese in via di adesione all’Unione europea) pur di mettere il cappello nell’area strategica dei Balcani occidentali. E Belgrado ringrazia per il coinvolgimento nel progetto Turkish Stream, il gasdotto che pomperà energia vitale alle industrie e alle case serbe. Lo fa per bocca del suo presidente Aleksandar Vučić che, assieme ai colleghi Vladimir Putin (Russia), Boyko Borissov (Bulgaria) e Recep Tayyip Erdogan ha simbolicamente aperto il gigantesco rubinetto del Turkish Stream a Istanbul.



«Questo progetto è di grande importanza per la Serbia - ha detto Vučić - stiamo letteralmente costruendo le arterie e le vene della nostra sicurezza energetica e del nostro futuro energetico. Abbiamo 403 chilometri di gasdotto attraverso la Serbia, quattro stazioni di misurazione, un compressore e avremo un'importante struttura nel comune di Zabari». «Senza gas - ha proseguito - la Serbia è un Paese fallito, la nostra industria si potrebbe fermare. Consumiamo 300, 400 milioni di metri cubi di gas in più rispetto allo scorso anno. A tale velocità sta crescendo la produzione nel nostro Paese».

«Se la Serbia ripristinerà la sua capacità di gas, circa 13 miliardi di metri cubi, tra sette o otto anni sarà in grado di recuperare tutti gli investimenti nelle infrastrutture del gas attraverso il pagamento del transito del gas stesso», ha concluso Vučić. Dunque un affare che si paga da solo. Sottolineando di non avere nulla contro la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, il presidente serbo ha affermato che il gas russo era il più favorevole al momento. «Non abbiamo avuto problemi nel negoziato - ha precisato - la Serbia è stata rispettata a Istanbul ed è per questo che i cittadini dovrebbero essere orgogliosi».



Propaganda a parte appare chiaro che Mosca diventa il fornitore strategico di Belgrado e questa è un’ulteriore importantissima “costola” che la unisce all’impero dello zar Putin. Impero che sta allungando le mani anche sul Mar Nero. E non solo con la corsa all’appalto per la costruzione della centrale nucleare bulgara, ma anche per l’acquisizione delle fonti di gas offshore dalla Romania. Nei giorni scorsi, infatti, come riporta l’agenzia Birn, il colosso dell'energia russo Lukoil ha aperto una trattativa con ExxonMobil in merito alla prevista vendita della partecipazione del 50% della multinazionale americana al progetto Neptun Deep gas nella zona rumena del Mar Nero. «Lukoil ha chiesto alcune informazioni - ha confermato il premier Ludovic Orban - ciò non significa però che sia stata presa una decisione di vendita ai russi». Egli ha criticato una legge che ha inasprito le condizioni per gli investitori stranieri nell'energia che è stata adottata dall'ex governo socialdemocratico rumeno nel luglio 2018 e che sarebbe la causa della ritirata di ExxonMobil. Conosciuta come Decreto 114, la legge è stata ora parzialmente abrogata dal governo di Orban.

All'epoca era giustificata dai socialdemocratici come un modo per ridurre la dipendenza della Romania dal gas dalle compagnie straniere - in particolare dai "russi", come affermava allora il leader dei socialdemocratici Liviu Dragnea.

Orban ha anche affermato che «altri investitori sono interessati ad acquistare la partecipazione al progetto Mar Nero, incluso un consorzio che comprende la società austriaca Omv, l’impresa statale rumena Romgaz e un'altra società. La controllata rumena di Omv, Petrom ed ExxonMobil, hanno annunciato nel 2012 di aver trovato da 42 a 84 miliardi di metri cubi di gas nel blocco Neptun nella zona rumena del Mar Nero. Finora però non hanno iniziato a estrarre il gas, in parte a causa dell'incertezza giuridica e fiscale in Romania. —


 

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