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I lavoratori della Ferriera e una storia di 122 anni davanti al bivio sul futuro

Oggi l’assemblea nello stabilimento, domani il voto sull’intesa sindacati-azienda per la riconversione. Le parole degli ex dipendenti sospesi fra ricordi e speranze

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TRIESTE. Sembra una beffa, ma tocca ai lavoratori scrivere la parola “fine” sulla storia della siderurgia triestina. Oggi i dipendenti della Ferriera si ritroveranno in assemblea per discutere i contenuti dell’accordo stretto a Natale fra sindacati e gruppo Arvedi. Domani operai e impiegati voteranno il sì o il no alla firma. Il piano industriale di riconversione convince la quasi totalità delle sigle, ma sono gli stessi sindacalisti a percepire una fabbrica più spaccata del previsto.



Sono passati 122 anni dalla prima colata avvenuta nel 1897 nello stabilimento aperto dalla Società industriale della Carniola per produrre ghisa e leghe per Cantiere San Marco e Fabbrica Macchine. In mezzo è successo di tutto: la guerra, il passaggio dall’Austria all’Italia, la gestione pubblica dello stabilimento da parte di Ilva e Italsider, una privatizzazione zoppicante nelle mani di gruppi italiani e stranieri, il commissariamento, le lotte dei lavoratori (e della politica) per tenere aperta la fabbrica, le battaglie dei residenti (e della politica) per chiuderla.

Oggi siamo al punto di caduta, dopo le trattative anche burrascose avvenute fra Regione e cavalier Giovanni Arvedi, che con una lettera pubblicata a settembre sul Piccolo ha annunciato la decisione di rinunciare alla produzione di ghisa in città. Rapporto mai disteso quello fra i triestini e l’imprenditore dell’acciaio, che non si capacita di essere stato sofferto in un territorio dove era stato invitato per salvare un sito produttivo e renderne la presenza compatibile con l’ambiente.

Fabio Pizzioli ha lasciato il ruolo di quadro dell’ufficio tecnico prima dell’arrivo dell’ingegnere, ma considera «la gestione di Arvedi un grande salto sul piano ambientale, anche se un’acciaieria non produce cioccolato». Il cavaliere di Cremona è stato chiamato da governo e istituzioni locali a guida Pd per evitare un’ennesima emorragia di posti di lavoro a Trieste.

Spingono per la riconversione centrodestra e M5s, il primo alla guida di Regione e Comune con Massimiliano Fedriga e Roberto Dipiazza, il secondo al comando del ministero dello Sviluppo economico con Stefano Patuanelli. L’impegno di istituzioni e azienda è chiudere l’area a caldo e rilanciare Servola, con il potenziamento del laminatoio e la logistica al posto di cokeria, altoforno e macchina a colare.

Ma la vecchia guardia non lo accetta. «Dopo aver realizzato tutti gli impianti – dice Pizzioli – mi piange il cuore e lo trovo stupido: in Italia nessun altro produce pani di ghisa». Se l’ex progettista ragiona tra il personale e l’economico, l’ex operaio della manutenzione Antonio Pantuso ne fa un tema occupazionale: «L’azienda non è in crisi e rispetta l’ambiente. Temo che dopo la cassa integrazione ci sarà il nulla e spero che le istituzioni rallentino per trovare le migliori soluzioni».

È il punto di vista di chi ha vissuto la stagione gloriosa della siderurgia di Stato e la fase iniziale della privatizzazione, quando i 1.400 dipendenti di Servola erano considerati privilegiati dallo stipendio sicuro e più alto della media. Ormai novantenne, Aldo Sturari è stato capo tecnico dell’altoforno e capo della progettazione in fonderia: «Sotto il fascismo in Ferriera potevi andarci a lavorare anche senza tessera perché era un inferno dei vivi, ma poi le cose sono migliorate. Io ci sono entrato nel 1952 e mi son sentito fortunato: guadagnavi meglio che in banca, anche se facevi il Natale in fabbrica».

In quello stesso periodo il boom dell’edilizia popolare ha cominciato a trasformare i dintorni di Servola in una zona densamente abitata, ma le battaglie dei residenti su inquinamento e rumore sarebbero cominciate molti decenni dopo. «Con la privatizzazione – evidenzia Sturari – la fabbrica è stata sfruttata in modo osceno: tanta produzione, poca manutenzione. L’inquinamento è cresciuto e sono cominciati comitati e foto delle fumate. L’errore è stato costruire case troppo vicine alla fabbrica».

Oggi i lavoratori sono stanchi, dopo decenni sotto lo schiaffo di gestioni incerte, annunci di chiusura e polemiche. Per Pantuso, «col nuovo millennio è cominciata una colpevolizzazione che non meritavamo: qualcuno ci ha definito “cancro della città”». E così «è finito l’orgoglio – rimarca l’ex operaio della centrale elettrica Giorgio Cotide – e quasi ci si vergogna: difficile che possa nascere una reazione dei lavoratori», che hanno accolto l’avvio dei tavoli con un paio di sparuti presidi di incerta protesta.

Le trattative condotte dal Mise incassano il consenso di tutti i sindacati, a eccezione della Fiom Cgil. Se approvata dai lavoratori, l’intesa con l’azienda sarà parte dell’Accordo di programma, dove ministero, Regione e Autorità portuale dovranno inserire le garanzie della parte pubblica. Fra gli uomini di ferro, i veci sembrano solo volersi mettere alle spalle questa storia, mentre i muli hanno poco senso d’appartenenza. Gli sguardi sono ben diversi da quelli fieri di chi nel novembre 1994 battagliava per salvare fabbrica e tuta blu. A Trieste non c’è chi non ricordi la manifestazione trasversale per chiedere il rilancio della Ferriera dopo le fallimentari gestioni di Terni-Acciai speciali e Pittini. Il serpentone era guidato dal sindaco Riccardo Illy e fu accolto in piazza Unità dal vescovo Lorenzo Bellomi. «Abbiamo tenuto alte le battaglie – sottolinea Pantuso – per difendere fabbrica e lavoro, occupando il Consiglio regionale e organizzando un presidio di quaranta giorni: la città si strinse attorno agli operai con una solidarietà che non ho mai più visto. Poi il vento è cambiato».

Il centrodestra mutò idea in pochi anni, con l’arrivo del sindaco Roberto Dipiazza nel 2001, sempre schierato per la chiusura della fabbrica, passata nel 1995 al gruppo Lucchini e dieci anni dopo ai russi di Severstal. La pensava e la pensa diversamente il Pd, che ha creduto nel rilancio effettivamente centrato da Arvedi, capace dal 2014 a oggi di scongiurare una nuova crisi occupazionale e portare l’impatto ambientale entro i limiti di legge. Risultati che non hanno però cambiato la percezione degli abitanti, in maggioranza per la chiusura.

Oggi ministero, Regione, Comune e Autorità portuale sono allineati sulla riconversione, che poggia sulle speranze suscitate dallo sviluppo dei traffici marittimi. Il futuro passa da qui? Istituzioni e imprese sapranno garantire l’incastro fra porto e industria? Chi andrà a votare in fabbrica darà o meno la sua parte di avallo allo spegnimento dell’altoforno con questi interrogativi in testa e senza avere risposte.

Non toccherà a Cotide, ormai in pensione, ma il tormento è anche suo: «Sono contrario alla chiusura, ma se riescono a fare il miracolo divento favorevole, perché nessuno è contento di avere un’industria siderurgica fuori casa. Il miracolo? Mantenere posto e stipendio per tutti e vedere uno sviluppo basato sul porto, ma servono ferrovie e trasformazioni in porto franco: sono decenni che sentiamo solo promesse». 

 

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