L’insicurezza percepita dilaga ma i dati dicono che i reati calano

La scala dei Giganti, teatro di un accoltellamento

Sui social network Trieste è dipinta spesso come città violenta. L’Istat: denunce in diminuzione

TRIESTE Una città violenta dove il crimine dilaga. Trieste sui social appare come Gotham City nonostante i numeri dicano l’esatto contrario e il citarli sembra non fare altro che, paradossalmente, aumentare la sensazione di insicurezza tra i cittadini, al punto che sono nati comitati e movimenti di autotutela. Partendo dai dati Istat, quindi valori oggettivi e non legati alla percezione dei singoli, nel 2018 ci sono state 9.456 denunce, mai così poche dal 2010 in poi. Andando a vedere alcuni dettagli, di omicidi volontari se ne consumano mediamente uno all’anno con un picco nel 2018 di tre delitti, cifra tristemente confermata nel 2019, a fronte però di anni in cui il contatore è rimasto a zero come nel 2010, nel 2012 e nel 2015. Una tendenza anche nazionale: in Italia siamo passati infatti da oltre 1.400 delitti del 1990 ai poco più di 300 del 2017.



Se gli omicidi sono un valore statisticamente contenuto ci sono i furti che hanno avuto un picco nel 2013 e nel 2015 a fronte di un dato medio di 4.600 denunce, con rispettivamente 5.302 e 5.298 casi, per poi scendere a 3.596 nel 2018, il dato più basso dal 2010. Anche sul fronte delle rapine solo nel 2015 ci sono stati più di 100 episodi. Perché allora le persone si sentono meno sicure se la realtà racconta un’altra storia? Una domanda la cui risposta è decisamente complessa, come spiega lo psicologo Marco Pangos: «Non possiamo giudicare razionalmente la paura perché è una reazione naturale, è utile per la sopravvivenza e non può essere controllata dalla mente cosciente, anzi cercare di farlo è un errore molto comune che crea numerosi fraintendimenti. Questo ci fa capire che l’istinto gioca un ruolo predominante, poi quanto più vivi in un mondo sicuro tanto meno sei abituato a difenderti a livello istintivo. Semplificando il ragionamento, se abito in una città pericolosa il mio cervello rettiliano, l’istinto che insieme al cervello razionale e al cuore guida le nostre scelte, mi dice quali strade evitare o a cosa fare attenzione».

Trieste nel corso degli anni è mutata e i componenti di quelle che erano le bande di quartiere o dei partiti politici più estremi sono cresciuti e hanno perso il contatto con la “strada”. «Paradossalmente – spiega Pangos – la sensazione di insicurezza colpisce proprio le persone di una certe età, che magari hanno vissuto in periodi storici più pericolosi. Nel corso del tempo hanno razionalizzato e perso il contatto con la “pancia” e non riescono più a “leggere” gli attuali pericoli. A questo è legato anche l’aspetto dei simboli e delle minacce verbali e non».

In questo quadro si inserisce poi il tema dell’arrivo dei migranti della rotta balcanica: nel 2019 in Fvg ne sono giunti 3.500, numeri lontani dall’emergenza che si era creata nel 2015 con lo scoppio della guerra in Siria, eppure c’è chi sui social parla a sproposito di “invasione”. «Molti vedono nei migranti un pericolo – spiega Pangos – e del resto è comprensibile visto che non c’è comunicazione. Tutto nasce da un fraintendimento, da sguardi che generano un trauma che poi alimenta la paura. Se venti migranti salgono su un autobus e per la prima volta vedono una ragazza bionda continueranno a fissarla per tutto il viaggio, ma questo genererà in lei un trauma creato dalla sensazione di umiliazione figlia di quelle occhiate. Fraintendimenti usati oggi dalla politica». —


 

Video del giorno

La protesta di una signora no vax davanti a Letta

Granola fatta in casa

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi