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La scienza inglese dopo la Brexit

Il governo promette più fondi ma per la ricerca non bastano i soldi, bisogna saper attrarre i talenti

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(ansa)

Negli ambienti accademici di Londra c’è una sensazione spaccata dopo il voto schiacciante che ha consegnato il Regno Unito nelle mani dei conservatori di Boris Johnson. Da un lato le università inglesi sono sempre state molto vocali nella loro avversione alla Brexit. Dall’altro, però, ora stanno cercando di consolarsi con i proclami del nuovo leader, che sta continuando a ripetere di voler potenziare in maniera importante i finanziamenti alla ricerca. Centrale nel programma di Johnson è la promessa di addirittura raddoppiare l’investimento del Paese in ricerca e sviluppo fino a raggiungere il 2,4% del Pil nel 2027 (per un raffronto, quello attuale dell’Italia è del 1,35% del Pil secondo l’Eurostat), a partire da un investimento di 18 miliardi di sterline nei prossimi 5 anni.

La campagna elettorale di Johnson è stata incentrata sul riconoscimento del ruolo chiave che scienza e tecnologia hanno nel futuro del Paese. Ha promesso «una nuova ondata di crescita economica» legata alle applicazioni della scienza, rimarcando sul concetto di come l’innovazione possa aumentare gli standard di vita quotidiani. Di fatto, già ora il 68% dell’investimento in ricerca e sviluppo del Regno Unito deriva dall’impresa privata, contro il 23% dgli atenei. Nella sola Londra lo scorso anno sono state fondate più di 216 mila nuove start up.

Che il Regno Unito sia stellare nella ricerca scientifica lo dicono le statistiche: ha a meno dell’1% della popolazione mondiale ma vanta il 15% delle pubblicazioni più citate, e più premi Nobel di tutte le altre nazioni europee. Tra le prime 20 università nel ranking mondiale, le migliori europee sono britanniche, e queste sono bravissime a vincere finanziamenti della Comunità Europea: nell’ultimo programma quadro (FP7, dal 2007 al 2013) hanno portato a casa più 7 miliardi di euro.

Se l’obiettivo di Johnson è quello di vicariare questi fondi europei con investimenti nazionali, questo potrebbe essere raggiungibile in termini economici. Ma, come ha fatto rilevare la scorsa settimana Venki Ramakrishnan, premio Nobel per la Chimica e presidente della Royal Society, «il successo della scienza non è basato soltanto sul danaro» e richiede la capacità di attrarre talenti internazionali. Oggi, di fatto, le Università inglesi sono largamente popolate da ricercatori stranieri; ad esempio, sono più del 30% al King’s College London, più del 40% al Francis Crick Institute di Londra. Continueranno i giovani talenti scientifici europei a essere attratti dall’Inghilterra dopo la Brexit? Questo è uno dei nodi principali cui il nuovo governo sarà chiamato a rispondere in maniera convincente nei prossimi mesi. –

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