Nell’Est europeo accelera la corsa a “rinforzare” l’oro nazionale

La Banca centrale serba

Tra Brexit e timori di crisi, tendenza diffusa dalla Romania alla Serbia, che ne ha da poco acquistate nove tonnellate

BELGRADO Ci sono i timori di una nuova crisi economica globale, le inquietudini collegate alle guerre commerciali moderne tra Usa e Cina, la pesante incertezza sulla Brexit. Ma c’è anche la volontà di dimostrare, a sé stessi e fuori dai confini nazionali, di essere oggi nazioni stabili, più ricche che in passato, capaci di farsi valere. Il mezzo per farlo? L’acquisto di tonnellate d’oro oppure il “rimpatrio” delle riserve finora custodite all’estero, generalmente nei forzieri della Banca d’Inghilterra.

Sono questi i contorni della vera corsa all’oro che da mesi va in scena nell’Europa centro-orientale e nei Balcani, dalla Polonia alla Romania passando per Ungheria, Slovacchia e Serbia. Proprio la Serbia è l’ultimo paese ad aver fatto costosissimi acquisti sul mercato del metallo giallo. Si tratta di nove tonnellate che la Banca centrale serba ha incamerato a ottobre facendo salire il totale delle riserve auree della Narodna Banka serba (Nbs) a «30,4 tonnellate, per un valore di circa 1,3 miliardi di euro», ha informato la governatrice della Nbs, Jorgovanka Tabaković, che ha dichiarato che dopo l'acquisto «la Serbia è più sicura». Tabković ha spiegato che le 9 tonnellate sono costate circa «395 milioni di euro». Acquisto che non è stato dettato solo da ragioni tecniche o da suggerimenti di funzionari della Banca centrale: è l’esecuzione di un suggerimento-ordine politico del presidente serbo Aleksandar Vučić, che in primavera aveva svelato pubblicamente «l’idea» di aumentare le riserve d’oro per «assicurare stabilità al paese».


La Serbia non è un’eccezione, in uno scenario strano, dato che generalmente «le banche centrali vendono, non comprano oro», secondo un’analisi della Macquarie Bank, ma «ai leader autoritari l’oro piace», aveva maliziosamente suggerito la Deutsche Welle. E così sulla stessa linea ecco la Russia, che da gennaio ha comprato quasi cento tonnellate d’oro in più, nel suo percorso verso la «de-dollarizzazione», hanno illustrato i media di Mosca. E da mesi fanno lo stesso altri stati, come la Cina. E pure altre nazioni europee, come la Polonia, che negli ultimi due anni ha visto crescere le sue riserve di 125 tonnellate fino a oltre 210, il livello più alto di sempre. Varsavia in queste settimane sta anche spostando tonnellate di oro – si parla di un centinaio – dalla Banca d’Inghilterra ai forzieri della sua Narodowy Bank Polski, ha svelato la G4S International Logistics, che si è occupata del «trasferimento in gran segreto» di ottomila lingotti, valore 5 miliardi di dollari.

Non è solo una mossa strategica. «L’oro simboleggia la forza del nostro paese», ha rimarcato il governatore della Banca centrale di Varsavia, Adam Glapinski, che ha precisato che oggi metà delle riserve polacche sono tornate al sicuro in patria. Qualcosa di simile ha fatto la Romania, che quest’anno ha approvato una legge per il “rimpatrio” delle riserve d’oro da Londra a Bucarest, circa 56 tonnellate, mossa decisa al tempo del governo socialdemocratico e causata anche da «nazionalismo e sentimenti anti-occidentali», aveva accusato l’ex consigliere presidenziale Iulian Fota. L’oro è stato comprato anche dall’Ungheria nel 2018 (riserve passate da 3,1 a 31,5 tonnellate). E ora il gran passo è stato annunciato dalla Slovacchia, dove prossimamente si discuterà il rientro di 32 tonnellate d’oro da Londra a Bratislava, con il leader di Smer-SD, Robert Fico, che ha ricordato che anche l’Austria si sta muovendo, sempre per le incognite relative alla Brexit. Ma anche, è evidente, per orgoglio nazionale. —


 

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