Caso Fincantieri, operai imbottiti di droga per costruire navi senza sosta

Lo stabilimento Fincantieri di Marghera.

Marghera, la yaba usata dai bengalesi per reggere i ritmi massacranti imposti dalle ditte del subappalto a 6 euro l’ora. La stessa sostanza stupefacente venne trovata nel ’17 e nel ’18 anche a Monfalcone

VENEZIA. Ne fanno uso soprattutto quando fanno il turno di notte e devono rimanere svegli ed efficienti e non sentire la fatica, il freddo d’inverno. La pastiglia di yaba costa poco e non fa sentire la fatica e l’umiliazione di un lavoro che a volte viene pagato 4 euro all’ora, e non si ha nessuna possibilità di chiedere il rispetto dei propri diritti. Per non pensare a tutto questo c’è lo yaba, la droga di Hitler. E al mattino quando finisce il turno escono dalla pancia della nave, e stralunati e veloci tornano a casa.

Quando a Mestre ci sono i primi sequestri della droga proveniente dal Sudest asiatico i carabinieri spiegano che la usano solo i bengalesi. Soprattutto quelli che lavorano alla Fincantieri di Marghera. Fino all’altro giorno non era chiaro il perché. Ora l’indagine “Paga Globale” ha svelato il motivo per cui questi disperati la usano. Dieci euro a pastiglia e per ore gli operai lavorano come robot. Nessuno si ferma. S’infilano in pertugi impossibili e si calano in condotte come segugi in cerca di prede da stanare.

Senza sosta per non rallentare la costruzione della nave e con una paga ridicola. La “paga globale” vuol dire che, nella busta, sei pagato 6 euro all’ora, e in quell’ora è monetizzato tutto: infortuni, ferie, malattie, tredicesima. Sei a casa con la febbre? Non prendi un euro. Perché tutto è già compreso in quella tariffa oraria. Tutto è monetizzato, sempre al ribasso.

Perché accettare? O è così o te ne vai, non c’è margine di trattativa. Ci guadagna il committente (Fincantieri, azienda di Stato) perché riduce i costi dell’appalto. Ci rimettono i lavoratori. In diversi casi, come già dimostrato da altre inchieste, se alzi la voce o vai dal sindacato arrivano le minacce e le percosse. E spesso per essere ancora più convicenti i titolari delle imprese minacciavano i famigliari degli operai rimasti nel paese di origine.

I nuovi schiavi, costretti a turni massacranti nella pancia delle grandi navi da crociera in costruzione, si comperano la droga nel mercato chiuso della comunità bengalese. Trovano lo spacciatore nei locali gestiti da altri connazionali. A volte le consegne avvengono a domicilio. Ma non è raro che la sera, al cambio turno, il pusher si piazzi nei pressi dello stabilimento Fincantieri a Marghera. Il consumo di yaba, nella zona, è consistente. Del resto la comunità bengalese in città è la seconda in Italia per numero, dopo quella romana. E chi non lavora nei ristoranti o ha un’attività commerciale, è dipendente di imprese di subappalto in Fincantieri.

Da almeno cinque anni la yaba ha fatto la sua comparsa in zona. All’inizio erano ritrovamenti casuali di qualche pastiglia, trovata a giovani operai e non. Poi via via sono aumentati i sequestri. Ma soprattutto sono diventati col tempo sempre più consistenti. E ogni volta il collegamento era con Roma e Monfalcone.
Un mese fa il più grosso sequestro di questo stupefacente in Italia. Droga trovata tra Mestre e Roma e destinata alla piazza mestrina.

I carabinieri del Nucleo Investigativo non avevano mai visto così tanta sostanza stupefacente, di questo tipo, in un sol colpo: quasi tre chili e duecento grammi, che è come dire 31.160 pastiglie. È stata trovata al fornitore degli spacciatori bengalesi di Mestre e del Nordest. E dopo altre cinquemila pastiglie trovate addosso a un pusher lo scorso anno in via Piave e 2500 sequestrate a Monfalcone a pusher che riforniscono quella piazza di operai. L’inferno si combatte anche così.

Monfalcone, nel 2017 trovate le prime pastiglie dello stesso stupefacente

In Fvg il primo sequestro di yaba è dell’agosto 2017: a Monfalcone oltre 300 pastiglie nella casa di un bengalese occupato in una ditta di carpenteria che opera in Fincantieri. Da lì un’inchiesta che - con altri sequestri - porta la Procura goriziana nel luglio 2018 a tirare le fila: indagati una decina di bengalesi, i due terzi residenti a Monfalcone, altri a Roma e Venezia. Individuato il principale spacciatore a Roma, e i corrieri che girano tra il monfalconese, Roma e Venezia.

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