Di Maio benedice l’accordo con Cccc: aree industriali “triestine” in Cina

Zeno D’Agostino durante la firma con Jingchun Wang, executive president di Cccc, alla presenza del ministro Luigi Di Maio.

Il presidente Zeno D’Agostino: «Il porto sarà piattaforma logistica per l’export dei prodotti del Made in Italy»

TRIESTE Il porto di Trieste diventa l’avamposto del Made in Italy sulla Via della Seta. Il presidente dell’Authority, Zeno D’Agostino, incassa a Shanghai (dopo una prima intesa preliminare nel marzo scorso) l’accordo con il colosso statale China Communications and Construction Company (Cccc)che prevede la realizzazione di una piattaforma logistica al servizio dell’export delle nostre piccole e medie imprese italiane in Cina. Ma non solo. L’intesa permetterà lo sviluppo di aree industriali sino-italiane in Cina, che saranno collegate al porto di Trieste e al sistema logistico italiano. Il conglomerato di stato cinese si insedierà nel porto di Trieste con propri magazzini impegnandosi «a favorire il Made in Italy attraverso canali di diffusione dei prodotti italiani in Cina».

In un mondo paralizzato dal protezionismo e dalle barriere commerciali Pechino rsponde ai dazi Usa accelerando in una realpolitik di apertura negli scambi passando questa volta per il Mediterraneo e Trieste. Zeno D’Agostino, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, ha firmato ieri il memorandum d’intesa con Jingchun Wang, capo esecutivo del colosso di stato cinese, con la benedizione del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Il ministro è tornato a Shanghai in occasione della seconda edizione del China International Import Expo, la maxifiera dedicata esclusivamente alle importazioni alla quale partecipano circa 160 imprese italiane.



Per la prima volta nasce «una piattaforma logistica e distributiva collegate al porto di Trieste che sarà al servizio dell’intero sistema logistico nazionale italiano», annuncia l’Authority. Il memorandum prevede che lo scalo giuliano supporti Cccc «nello sviluppo di progetti pilota» in metropoli ad alto potenziale economico come Guangzhou (altrimenti nota come Canton, 12 milioni di abitanti) e Jiangsu, nel retroterra dei porti di Shanghai, Ningbo e Shenzen, «tutti scali dei servizi intercontinentali che fanno capo a Trieste». Trieste diventa la porta d’accesso alla diffusione dei nostri prodotti. Il colosso cinese si impegna in sostanza a «favorire il Made in Italy attraverso canali di diffusione dei prodotti sino-italiani in Cina». Il primo test di questo nuovo canale logistico e distributivo sarà il settore vinicolo con i rossi e i bianchi prodotti in Friuli Venezia Giulia. Soddisfatto il ministro degli Esteri Di Maio che punta molto sul settore agroalimentare dopo l’accordo che permette di inviare le arance siciliane in Cina per via aerea.



Nella prospettiva di rafforzare il ruolo di tutte le strutture logistiche della regione portuale del Mare Adriatico Orientale, Cccc e il porto di Trieste «collaboreranno anche per permettere l’attivazione nel territorio regionale da parte del gruppo cinese di uno o più magazzini». L’Autorità di Sistema «non avrà alcuna partecipazione diretta al rischio dello sviluppo delle piattaforme», ma fornirà supporto alla definizione tecnica dei progetti, alla loro promozione presso le istituzioni e le imprese in Italia e attivandosi per la pianificazione o lo sviluppo di infrastrutture, servizi comuni o strumenti di trade facilitation utili al rinforzo del canale logistico integrato Italia-Cina anche attraverso il Poto Franco».



Già nel secondo forum della Bri avvenuto a Pechino nell’aprile scorso presente il premier Conte il porto di Trieste era stato inserito nella lista di 283 progetti sullo sfondo di accordi di cooperazione per 64 miliardi di dollari con i Paesi della Bri: «Questa firma è importante perché definisce un ruolo attivo del sistema pubblico italiano nello sviluppo della logistica, a favore di una delle qualità economiche più importanti del nostro Paese, il Made in Italy», ha spiegato Zeno D’Agostino. «Si tratta di progetto a disposizione del Sistema Paese: le piattaforme logistiche potranno agevolare il trasporto delle merci provenienti da tutta Italia, a supporto delle grandi aziende e delle Piccole e medie imprese. È un segnale importante che questa partita venga giocata proprio dal settore pubblico».

«Non si è mai visto nulla di simile dopo il Piano Marshall alla fine della seconda guerra mondiale», aveva detto l’ambasciatore Vincenzo Petrone, direttore della fondazione Italia-Cina delineando le prospettive della Bri. Si apre uno scenario che potrebbe sovvertire la gerarchia fra i grandi porti del Nord Europa come Anversa, Rotterdam e Amburgo e quelli del Mediterraneo con Trieste. E poi c’è l’investimento di Ccc nel Trihub, il progetto di sviluppo infrastrutturale che Rete ferroviaria italiana e Autorità portuale si apprestano a mettere in campo a Trieste, anche con l’aiuto di China Communications and Construction Company. Obiettivo dai diecimila treni all’anno di oggi a un potenziale di venticinquemila nel 2023.

Secondo i calcoli della banca Usa Morgan Stanley, gli investimenti cinesi nei Paesi aderenti al Bri toccheranno quota 1.300 miliardi di dollari nel 2027, un decimo dell’intero Pil cinese. Sono passati otto mesi dalla firma del memorandum sulla Via della Seta (Belt and Road Iniziative) voluto da Xi Jinping e avversato da Trump. L’Italia è il terzo Paese presente alla fiera dopo Usa e Germania. Ma c’è ancora molta strada da fare per creare un terreno favorevole alle imprese straniere in Cina. L’import di merci cinesi in Italia è cresciuto del 6,4% mentre le nostre esportazioni verso i Dragoni solo dello 0,3%. –


 

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