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Allargamento al palo, spunta un “piano B”: area economica unica con i Paesi extra-Ue

La proposta dell’Esi ricalca il “modello Norvegia” lanciato  nel 1994. Il tema degli investimenti legati alle riforme

BELGRADO Il processo di allargamento della Ue ai Balcani sembra irrimediabilmente finito al palo, messo all’angolo dal “niet” di grandi potenze come la Francia o importanti comprimari come l’Olanda. Come “piano B”, circolano alternative stravaganti: una vaga partnership speciale per la regione, una “mini-Schengen” balcanica.



Ma non sono quelle le strade da percorrere. Bisogna invece pensare a soluzioni più coraggiose, che potrebbero permettere a Bruxelles di prendere un po’ di tempo prima di accogliere nuovi membri, senza spingerli nel frattempo tra le braccia di Mosca, Pechino o Istanbul. E ai Paesi balcanici di fiorire, soprattutto economicamente. È questa la strada – lastricata di commerci e mercato libero - che è stata indicata alla Ue – ma soprattutto a Zagabria e a Berlino, prossimi presidenti di turno dell’Unione – dalla European Stability Initiative (Esi), influente think tank il cui numero uno, Gerald Knaus, ascoltatissimo nei circoli che contano, è stato nientemeno che l’architetto dell’accordo Ue-Turchia sui migranti.



In un nuovo paper, firmato proprio da Knaus, arriva ora sul tavolo dei leader Ue una nuova proposta che potrebbe cambiare il futuro prossimo dei Balcani. Dopo il “colpo di grazia” dato da Macron alle speranze balcaniche di un’adesione non troppo remota, come muoversi? Rispolverando un’iniziativa di inizio Anni Novanta, abbozzata da Delors, portando il modello «Norvegia nei Balcani», ha risposto l’Esi.



Di che cosa si parla? Knaus ed Esi sono partiti dal presupposto che oggi serva «un processo che non escluda l’adesione, ma che sia comunque differente» da quello attuale; che consenta «alla Ue di avere influenza sui Balcani» e che sia al contempo «attraente per i leader e l’opinione pubblica della regione». E soprattutto che sia un processo che «garantisca benefici da subito, non in un lontano futuro». E qui Knaus ha tirato fuori il coniglio dal cappello: si usi per i Balcani il modello dello Spazio Economico Europeo (See), lanciato nel 1994 per Norvegia, Islanda, Lichtenstein. See che ha creato «un’omogenea area economica europea» tra Paesi Ue e quelli non ancora membri – e nella quale potrebbe rimanere Londra, dopo Brexit -, dove imperano «le quattro libertà fondamentali» dell’Ue: «Libero movimento dei beni, delle persone, dei sevizi e dei capitali», ma anche principi relativi ad ambiente, welfare e altro ancora. Si tratta di una «forma di quasi adesione», ha ricordato l’Esi, che permetterebbe ai Balcani di fare enormi progressi verso la piena ammissione «con una roadmap precisa», sperimentando benefici immediati. Bruxelles offra subito «ai sei Paesi balcanici» extra Ue «la possibilità di entrare nel mercato comune, come Norvegia e Islanda», l’appello dell’Esi.

Parole vuote? Non proprio. Il passo sarebbe accompagnato da un’aumentata fiducia degli investitori, da più soldi e fondi Ue che affluiranno appena nuove riforme vengono implementate, pena stop a investimenti e all’avvicinamento, «la reversibilità che piace a Macron». Un esempio: il Montenegro completa tutte le riforme relative al settore pesca e immediatamente viene trattato come un Paese membro Ue in quel settore, con tutti i vantaggi del caso. Se sgarra di nuovo, viene cacciato dal consesso. Una chimera? L’Esi non la pensa così. Si potrebbe dare luce verde all’idea già al summit Ue-Balcani di Zagabria, nel 2020, è la previsione-auspicio.

La palla passa ora alla Ue. Nel frattempo nei Balcani continuano a risuonare forti gli allarmi per i ritardi nel processo d’allargamento. Si rischia «di tornare al cattivo passato che abbiamo vissuto», ha ammonito il premier macedone Zaev. L’Europa «non può tagliarci fuori brutalmente», ha richiamato il suo omologo albanese Rama. E la proposta dell’Esi, un’integrazione sul modello norvegese, assume in quest’atmosfera un valore rilevante, un’occasione da non perdere. —


 

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