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Gli Usa lanciano l’altolà a Belgrado: rischio di sanzioni per i missili russi

L’Inviato speciale: preoccupazione per il sistema S-400 dislocato per la prima volta fuori dai confini di Mosca

Stefano Giantin
2 minuti di lettura

BELGRADO I continui abboccamenti, gli aiuti militari, anche le esercitazioni congiunte vanno bene. Ma c’è un limite. E se la Serbia si spingerà ancora più avanti nella sfera d’influenza di Mosca, Washington non ha intenzione di rimanere inerte, ma potrà arrivare persino a utilizzare un’arma durissima: le sanzioni.

Proprio le sanzioni contro la Serbia – di quale natura non è stato precisato – sono state evocate dal neo-Inviato speciale Usa per i Balcani, Matthew Palmer. Il quale ha voluto lanciare un forte ammonimento sul tema della cooperazione militare serbo-russa, sempre più caldo dopo l’arrivo in Serbia, per le manovre tra forze di Mosca e Belgrado “Scudo sloveno 2019”, del sistema missilistico S-400, dislocato per la prima volta fuori dal territorio russo per un’esercitazione. S-400, un complesso sistema di difesa anti-aereo sviluppato da Mosca negli Anni Novanta, che fa gola a Belgrado.



Secondo rumor diffusi in Serbia da tempo, il Paese balcanico sarebbe in procinto di chiedere un prestito per comprare proprio alcuni S-400, seguendo così le orme di Cina, Arabia Saudita e Turchia. Ma ci sono problemi non da poco. Se Belgrado acquistasse gli S-400, sarebbe un ulteriore – gigantesco – passo della Serbia per finire nelle braccia del Cremlino. E non va trascurato il fatto che gli S-400 sono anche in grado di essere utilizzati per colpire delle installazioni militari a terra a una distanza di 400 chilometri: una capacità che potrebbe intimorire i Paesi vicini.

Si spiegano così le uscite poco diplomatiche e insolitamente dure di Palmer. Parlando ai media macedoni, Palmer ha da una parte ricordato che gli Stati Uniti sono «il partner più forte» di Belgrado nel settore Difesa. I numeri sostengono le sue dichiarazioni. Sono proprio gli Usa, con quasi otto milioni di euro dal 2014, i maggiori donatori a favore dell’esercito serbo, mentre Mosca si è limitata a regalare vecchi veicoli, tank e caccia da modernizzare, a spese di Belgrado.

Ma i soldi non sono tutto. «Ciò non vuol dire che la Serbia non debba cooperare con la Russia creando una partnership militare» con Mosca, ha puntualizzato Palmer. Tuttavia esiste una soglia che non deve essere varcata. «C’è una dose di preoccupazione per il dispiegamento di equipaggiamenti russi in Serbia e per la possibilità» che Belgrado se ne rifornisca, ha detto con un riferimento agli S-400: Washington, in questo caso, si opporrebbe fermamente. Se andrà così, è dunque la minaccia di Palmer – particolarmente sentita in una Serbia che sotto sanzioni è rimasta per anni, ai tempi di Milosevic - ci sarà «il rischio che si introducano misure speciali per l’acquisto di mezzi russi. Ci auguriamo tuttavia che i nostri partner serbi ne siano consci e stiano attenti a queste transazioni».

Sono parole che faranno piacere agli alleati Nato nella regione, Bulgaria in testa, dove nei giorni scorsi si sono alzate voci allarmate per la questione S-400. Ad aprire le danze è stata l’ex ambasciatrice bulgara a Washington, l’influente Elena Potpodorova, che ha suggerito che gli S-400 potrebbero essere installati nella controversa base della “protezione civile” serbo-russa a Nis, in realtà «una base militare russa», da dove i missili potrebbero colpire «la Bulgaria e gli interi Balcani». Sulla stessa linea poi l’ex ministro degli Esteri Solomon Passy, che ha chiesto all’Unione Europea di vigilare «sul centro spionistico di Nis».

Tutte apprensioni di «Paesi vicini» che sono arrivate anche agli orecchi del presidente serbo Aleksandar Vučić. Il quale ha reagito con veemenza: «Per me è importante scoprire quanto alcuni vogliano una Serbia debole. Non devono avere paura, non abbiamo gli S-400». Non per ora. —


 

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