Sorveglianza continua ma niente manette ai polsi: la vita di Meran in carcere

L’aggressione bis commessa dal killer della Questura contro i poliziotti innesca dubbi sull’efficacia delle misure di sicurezza. Il rebus dei “limiti” previsti al Coroneo

TRIESTE Controlli nella cella ogni dieci minuti. Giorno e notte. E una vigilanza rafforzata per ogni spostamento, con la presenza di almeno quattro o cinque agenti attorno pronti a intervenire. Per il ventinovenne dominicano Alejandro Augusto Stephan Meran, l’assassino dei giovani poliziotti Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, le misure adottate in questi giorni al Coroneo sono rigide.

Ma forse non ancora massime, nonostante la pericolosità dello straniero. Possibile? Meran non era ammanettato quando venerdì scorso ha aggredito gli agenti di Polizia penitenziaria, dopo la doccia. Perché le norme, da quanto risulta, non lo prevedono. Salvo eccezioni.


Ma le premesse sulle intenzioni violente del criminale probabilmente c’erano tutte. In effetti l’assassino che il pomeriggio del 4 ottobre aveva ucciso a colpi di pistola in Questura gli agenti delle Volanti Rotta e Demenego, sparando poi su altri otto colleghi, nella colluttazione al Coroneo di venerdì con la Polizia penitenziaria non ha fatto altro che riproporre il modus operandi adottato in Questura. A ben vedere quel tragico pomeriggio del 4 ottobre aveva colto di sorpresa uno dei due poliziotti dopo aver chiesto di andare in bagno. E sappiamo com’è finita. Stavolta – venerdì – ha colto di sorpresa gli agenti penitenziari che lo avevano accompagnato a fare la doccia. Tutto ciò dopo che il dominicano, alcuni giorni prima, aveva minacciato di morte proprio gli operatori del Coroneo.


Gli interrogativi sulle misure fin qui intraprese dall’istituto penitenziario triestino per arginare la pericolosità di Meran sono logici: come si può gestire un detenuto così pericoloso che, peraltro, rifiuta anche le terapie farmacologiche? Il dominicano è in cella da solo, alla larga dagli altri detenuti. Ma il Coroneo è una struttura adeguata? Gli agenti penitenziari sono esposti a un pericolo troppo elevato?

Va premesso che non c’è ancora una perizia sullo stato psichiatrico dell’assassino che potrebbe giustificare, ad esempio, il trasferimento in un carcere attrezzato sotto il profilo sanitario. E che lo straniero in questo momento è a tutti gli effetti ancora un indagato sottoposto a misura cautelare, ristretto in una struttura come il Coroneo: quindi una casa circondariale, in cui di norma sono detenute le persone in attesa di giudizio (o quelle condannate a pene inferiori ai cinque anni). Si tratta di un istituto penitenziario provvisto di presidi di sicurezza inferiori a quello di un carcere vero e proprio. Come ad esempio quello di Padova: più grande, suddiviso per sezioni correlate al reato e dotato di un maggior numero di agenti e personale sanitario. O quello di Tolmezzo che, invece, ospita prevalentemente detenuti soggetti ad alta sorveglianza e in regime di 41bis (il carcere “duro” cui sono sottoposti i condannati, o in attesa di giudizio, incarcerati per reati di criminalità organizzata e terrorismo, ad esempio).

Ciò non toglie, tuttavia, che anche al Coroneo possano essere stabilite misure più pesanti. La legge dell’ordinamento penitenziario, la 354 del ’75, in uno dei commi all’articolo 1 afferma, infatti, che «negli istituti devono essere mantenuti l’ordine e la disciplina». E «che non possono essere adottate restrizioni non giustificabili con le esigenze predette».

Va da sé allora che se le esigenze di «ordine e disciplina» sussistono (e nel caso del dominicano il tema è ben più grave: la sua pericolosità e la sicurezza degli agenti), si possono quindi adottare ulteriori «restrizioni»? E quali? Ad esempio possono essere utilizzate le manette per gli spostamenti del ventinovenne quando deve andarsi a fare la doccia o recarsi ai colloqui con i familiari? Nessun commento dalla direzione del Coroneo. Ma la Polizia penitenziaria è ben conscia di aver a che fare con un individuo violento, disposto a tutto. Che in Questura, in quel drammatico pomeriggio, era riuscito a sottrarre la pistola a un poliziotto e a freddare lui e il collega. Per poi continuare a sparare. E che venerdì scorso non ha esitato a scagliarsi anche contro gli operatori del Coroneo. Per calmare il ventinovenne è stato necessario l’intervento dei rinforzi, armati di manganello e scudo, e l’utilizzo degli idranti. —


 

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