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L’era del sex robot, il compagno artificiale

Da superare ancora problemi tecnologici legati alla meccanica e psicologici, ma quello più delicato è di natura etica

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TRIESTE Badanti, maggiordomi e operai, ma anche compagni di letto. I sex robot sono già tra noi e fanno discutere, perché in ballo non c’è soltanto la tecnologia, ma anche l’etica. Se ne parlerà in uno degli incontri di Futurologia in calendario per il festival Trieste Science Plus Fiction (il programma di tutti gli incontri su sciencefictionfestival.org/futurologia). L’appuntamento, dal titolo “Dalla bambola gonfiabile alla bambola robot: intelligenza artificiale e industria del sesso” è in programma giovedì 31 ottobre alle 10 al Ridottino del teatro Miela e avrà come protagonisti Paolo Gallina, docente di Robotica dell’Università di Trieste e Stefania Operto, sociologa della Scuola di Robotica e dell’Università di Genova. «Sono almeno tre gli aspetti da considerare quando si parla di sex robot: c’è il lato tecnologico, quello psicologico e quello etico - sintetizza Gallina -. Dal punto di vista tecnologico siamo ancora distanti dalla possibilità di avere un compagno artificiale».

La prima grossa difficoltà è di carattere motorio, spiega il docente. Finora solo la società americana di robotica Boston Dynamics è riuscita, con costi elevatissimi, a sviluppare un robot umanoide in grado di camminare ed eseguire movimenti complessi: si chiama Atlas ed è stato realizzato grazie ai finanziamenti della U.S. Defence Advanced Research Projects Agency. E’ a buon punto invece la tecnologia che definiamo come Intelligenza Artificiale, cioè la capacità di una macchina di trasformare i nostri comandi in testo, di elaborarli semanticamente e di produrre una risposta coerente. «Ci sono già molte esperienze per cui a livello di linguaggio un’intelligenza artificiale può, in determinati settori, trasformarsi in un interlocutore simile all’umano. Un esempio sotto gli occhi di tutti sono i chat bot aziendali, o gli assistenti vocali, che ormai sono di utilizzo quotidiano». Ma se lo scopo è il sesso non servono particolari abilità di conversazione: l’interazione verbale richiesta ai sex robot è piuttosto basilare. «Le bambole sessuali hi-tech già in commercio, con costi che si aggirano sui 30mila dollari, non sono dotate di un’intelligenza artificiale particolarmente evoluta», racconta Gallina.

Anche l’aspetto psicologico è da tenere in considerazione quando si tratta di sex robot, affinché tra macchina ed essere umano si sviluppi la necessaria empatia. C’è un fenomeno mentale curioso che accomuna gli esseri umani, denominato “Uncanny valley” ed evidenziato per la prima volta più di quarant’anni fa da uno studioso giapponese di robotica: la sensazione di familiarità generata nelle persone dai robot antropomorfi cresce all’aumentare della loro somiglianza con gli esseri umani, ma solo fino a un certo punto. Quando il realismo è estremo le reazioni emotive positive lasciano il posto a sensazioni spiacevoli, di repulsione e inquietudine. «Proprio per evitare questo fenomeno i robot umanoidi in commercio sono stilizzati, simili ai personaggi dei cartoni animati e con facce in silicone», annota Gallina. Quanto all’ultimo aspetto della faccenda, quello etico, sarà il tempo a fornici una risposta: “I confini etici e l’idea di naturalità variano nel tempo: abbiamo già svincolato il sesso dalla procreazione e ormai anche sulle reti nazionali vengono trasmesse pubblicità di sex toys. Ma rimangono dei rischi, in primis quello di isolarsi dalla società in nome di un sempre più esasperato individualismo», conclude Gallina. —




 

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