Il dossier del sindacato europeo: «Sfruttati lavoratori dell’Est»

Ces: lavoratori assunti da imprese attive in un Paese comunitario, “distaccati” in un altro Stato ma pagati meno. Nel mirino soprattutto il settore dell’edilizia

BELGRADO C’è l’operaio dell’Est che aspetta da tre anni un compenso di oltre ottomila euro, ci sono centinaia di serbi impiegati da ditte slovene e poi distaccati in Germania, che hanno ricevuto salari inferiori a quanto pattuito. Bosniaci e croati inviati in Austria sempre dalla Slovenia, sottopagati e con alto rischio di non vedersi versare contributi per la pensione e la previdenza sociale. E la lista potrebbe continuare.



È la lista che disegna un fenomeno relativamente poco conosciuto, storie di sfruttamento nel cuore dell’Unione europea che ha come fondamento la libera circolazione di merci, capitali e persone, una libertà che – a volte – viene tuttavia sfruttata da imprese senza scrupoli, vittime in gran parte cittadini dell’Est e dei Balcani.

A denunciarlo è stata la Confederazione europea dei sindacati (Ces), che si è mossa per porre un freno allo sfruttamento dei cosiddetti «lavoratori distaccati», in gran parte operai del settore edile, ma anche di agricoltura e trasporti, assunti da imprese che operano in un Paese europeo e temporaneamente inviati a lavorare in un altro Stato dell’Ue.

Il fenomeno interessa in particolare Stati dell’Est Europa, nazioni con un costo del lavoro molto più basso e generalmente minori tutele per i lavoratori, che vengono appunto trasferiti in Paesi Ue più ricchi. Paesi dove, secondo le regole Ue, dovrebbero essere trattati come i loro colleghi locali al motto di «lavoro uguale per paga uguale» - e ottenere le stesse garanzie. Ma spesso questo non accade, in una spirale negativa per tutti, con gli operai dell’Europa centro-orientale sfruttati e allo stesso tempo spesso accusati di favorire il “dumping sociale” e la riduzione dei salari.

La cosa certa in ogni caso è che moltissimi lavoratori dell’Est non stanno sperimentando vantaggi dai distaccamenti, ha denunciato la Ces, che ha raccolto un’ampia serie di casi di sfruttamento in un dossier consegnato alla neonata Autorità europea del lavoro (Ela). Fra essi, quello di un serbo dislocato in Germania dalla Slovenia, che attende 8.120 euro di salari non pagati da una ditta ormai fallita. Ci sono poi 45 lavoratori cechi, specializzati nell’installazione di impalcature, pagati 135 corone all’ora in Danimarca, dove lo stipendio-base del settore è di 220 corone. E ancora, due bosniaci e svariati macedoni, trasferiti dalla Slovenia in Germania a scavare canali e posare cavi per due mesi, che hanno ricevuto un quarto del salario contrattato.

Ma figurano, ancora, operai edili bosniaci e croati inviati in Austria e sfruttati senza pagamento di contributi pensionistici e sanitari, 400 bosniaci distaccati in Germania senza ricevere il salario minimo e ferie pagate, decine di bulgari pagati un decimo del dovuto, 167 slovacchi nella stessa situazione, come pure 113 serbi.

E si tratterebbe soltanto della punta di un iceberg. Lo schema, secondo quanto ha illustrato la Ces, resta praticamente sempre lo stesso: i lavoratori distaccati dall’Est «sono pagati significativamente di meno di quelli locali», non vengono riconosciuti «ferie e giorni di malattia retribuiti» e neppure «contributi sociali», il tutto gestito da aziende che hanno solo una sede fittizia nei Paesi dell’Est, per contenere i costi. Si tratta del «lato negativo della libera circolazione» e ora la Ela si attivi subito «per assicurare» che le regole «vengano rispettate», ha dichiarato il numero due del Ces, Per Hilmersson, chiedendo pugno duro soprattutto «contro le imprese che traggono grandi profitti dal dumping sociale».

Sulla stessa linea si è posto Werner Buelen, del Sindacato edile europeo: «È triste - ha detto - che la libertà di movimento abbia creato una grande industria che approfitta dello sfruttamento dei lavoratori». Lavoratori distaccati che rappresentano un vero esercito: si tratta di quasi un milione di persone, secondo dati del 2017, ancora in cerca di diritti. —


 

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