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Trieste, la folla alle esequie degli agenti: «Siamo qui per onorare due fratelli, due di noi»

In tantissimi attorno al corteo e in piazza. «Un dramma che ci ha segnato»

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TRIESTE Occhi gonfi e bocche chiuse. La stessa espressione di commosso silenzio accomunava i volti delle donne e degli uomini che ieri, a migliaia, hanno voluto salutare per l’ultima volta Pierluigi Rotta e Matteo Demenego. A dare forma alla marea umana che si è dispiegata per le vie del centro di Trieste c’erano tanti cittadini qualunque, triestini e non solo, di ogni età. Sara e Maura, due ragazze sulla trentina, pregavano in piedi su di un muretto, nel tentativo di vedere meglio che cosa accadeva attorno a loro. «Da credente, non è la prima volta che partecipo a una funzione religiosa – ha detto una delle due – ma adesso è diverso. Forse perché eravamo coetanei, li sento come due fratelli. E ciò vale per tutta la città. Si dice spesso che i triestini sono freddi ma in realtà sono solo rispettosi, non fanno “caciara”. Non a caso c’è un grande silenzio». «È vero, c’è rispetto – ha aggiunto l’altra –. Si tratta di vite spezzate: una tragedia. Uno dei due agenti frequentava la mia stessa scuola di ballo, assieme alla fidanzata. Non li conoscevo se non di vista ma senz’altro la tragedia ci ha colpiti tutti».

Durante la messa numerosi negozi e locali avevano luci e serrande abbassate, mentre i rispettivi esercenti stazionavano sui marciapiedi antistanti. «Per noi è stato naturale fermare tutto – ha spiegato Piera Mezzetti, titolare di un’attività nella zona –. L’avremmo fatto anche se non ci fosse stato l’invito da parte del Comune. La commozione è viva in tutta la città, vuoi per la giovane età di Matteo e Pierluigi, vuoi per l’assurdità di quanto è accaduto, vuoi perché erano bravi ragazzi, buoni: lo si vede dal video che loro stessi avevano girato. Esprimerlo a parole è meno semplice». Alice, studentessa di vent’anni al massimo, ieri è passata davanti alla chiesa con le compagne di università. Il pomeriggio del 4 ottobre, invece, si trovava per caso proprio nella zona della sparatoria. «Quel giorno avevo da poco finito lezione – ha raccontato –. Completamente ignara, volevo fermarmi a bere un aperitivo in un bar dietro la Questura. Il barista mi ha mandata via. Soltanto dopo ho realizzato che cosa era successo. Anche per questo sono particolarmente toccata da questa storia. L’unico aspetto bello di tutto ciò, ora, è la solidarietà. È vedere quanta gente c’è».

Il sentimento di partecipazione era percepibile sin dal primo mattino, quando tricolori a lutto sono comparsi sulle finestre di diverse case, non solo del centro ma anche delle strade secondarie, ad esempio in via Santa Giustina. Durante il corteo che ha accompagnato i feretri dalla Questura al tempio, poi, un uomo ha suonato “Il silenzio” con la tromba. Era da solo: evidentemente un’iniziativa personale. Un’altra signora, in lacrime, ha accarezzato il volto di un giovane poliziotto sull’attenti, costretto dal ruolo a rimanere impassibile. «Sto male – ha detto la signora, di nome Luisa – perché non riesco a non vedere Matteo e Pierluigi come miei possibili figli. Tanti uomini della mia famiglia sono appartenuti chi a un corpo, chi a un altro. A partire da mio padre che, da soldato dell’esercito italiano, dopo l’8 settembre scelse la strada della montagna. Fu assassinato a Dachau nel 1944. Di lui è rimasta una medaglia. Quelli come Matteo e Pierluigi sono nostri ragazzi; noi triestini li amiamo. È lo Stato che non li tratta come dovrebbe. A volte non hanno neanche benzina a sufficienza. Pensare che quei due hanno dato la vita così, per un bianco e un nero, come si dice da queste parti».

Il coro delle voci commosse potrebbe continuare a lungo. Tra le migliaia di persone c’era Paolo Petronio: «Erano troppo giovani per morire. È difficile aggiungere altro. Forse solo che mi fa piacere vedere come la città si sia stretta attorno a loro e continui a farlo». C’erano due turiste dal Lazio, mamma e figlia, che non hanno dovuto «pensare più di tanto, per decidere di partecipare alla cerimonia. Sono emozioni forti». C’erano un pensionato che piangeva in silenzio e una ragazza che faceva lo stesso, specificando però: «Il mio fidanzato fa il militare, sarebbe potuto capitare a lui». —


 

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