I 10 anni del vescovo Crepaldi: «Trieste? Non è stato colpo di fulmine ma ora la sento mia. La periferia mi preoccupa»

Il vescovo Crepaldi fotografato da Francesco Bruni

Il 4 ottobre 2009 Giampaolo Crepaldi iniziava il suo mandato di vescovo. «Ho scoperto una città bella e colta, modello di convivenza esemplare. Le sue periferie però, oggi come ieri, sono abbandonate. E poi c’è la piaga delle dipendenze. Ferriera? La chiusura dell’area a caldo è inevitabile. La ferita più grave, però, è la crisi demografica»

TRIESTE Si diceva sarebbe stato un vescovo di passaggio. I tempi della Chiesa non sono quelli della politica, eppure oggi Giampaolo Crepaldi festeggia il suo decimo anno alla guida della diocesi di Trieste. Non sono pochi.

Il 4 ottobre 2009 iniziava il suo incarico. Ora si sente a casa?


Sembra ieri. Con Trieste non è stato amore a prima vista ma dopo, pian piano, mi sono innamorato di questa città. Adesso la sento mia. È una città un po’ brontolona, ma con un grande senso civico. È gaudente ma solidale: il povero e il bisognoso qui non hanno mai il piatto vuoto. Una città che ha vissuto la tragedia del cosiddetto Secolo Breve, piena di un dolore che è riuscita a metabolizzare e che oggi propone un modello di convivenza esemplare. È una città bella, colta, civile. Una città in cui sto bene.

Su cosa ha orientato la sua azione pastorale?

In questi dieci anni ho puntato su tre cose: la prima è il rilancio della fede. Viviamo tempi di grande secolarizzazione, io ho celebrato il Sinodo della Fede, è stata una grande esperienza. Ho puntato poi sulla carità: la nostra Caritas è un punto di riferimento importante per il territorio, dall’emporio della solidarietà all’accoglienza per i migranti, per fare due esempi. Infine ho puntato sulla cultura, ovvero sulle implicazioni culturali dell’esperienza della fede, con la Cattedra di San Giusto. Fede, carità e cultura racchiudono in sintesi questo mio decennio.

A proposito di fede, come va con le vocazioni?

Fuori dalla diocesi di Trieste la situazione è disastrosa. Qui è un’isola felice: siamo l’unica diocesi del Triveneto che non ha carenza di clero e anche l’età media è più bassa. Al momento abbiamo 26 o 27 seminaristi. È una situazione buona, ma non dipende da me: tutta grazia che viene dal cuore di Dio.

Viviamo un momento storico in cui la politica contrappone slogan come “prima gli italiani” all’aiuto ai migranti. La Caritas come deve muoversi in questo clima?

Prima di tutto io ho dato mandato alla Caritas diocesana di star fuori dai dibattiti politici. La carità è un elemento essenziale dell’esperienza cristiana. La Chiesa deve andare incontro, nei limiti del possibile, a chi è povero. Deve farlo in maniera intelligente, sapiente. La Caritas si sta muovendo su questo fronte. Io ogni anno cerco di dare un segno. Ho aperto un centro di ascolto nel centro vescovile. In via Cavana, strada dello struscio cittadino, perché tutti vedano che siamo presenti. L’anno scorso nella parrocchia di San Giacomo ho aperto un centro di ascolto sulle dipendenze. Queste sono un grande problema a Trieste: gioco, alcol, droga. Quest’anno molto probabilmente apriremo una casa di prima accoglienza per le famiglie che saltano per un motivo o per un altro.

In certi casi si chiede l’Isee a chi si rivolge alla Caritas. C’erano impostori?

C’è di tutto. Io credo che noi siamo chiamati ad aiutare i poveri, i furbetti no. Così si valuta. È molto importante il lavoro che fanno i centri di ascolto, perché il povero è un interlocutore e non un oggetto. Qualcuno che dobbiamo aiutare a crearsi una vita autonoma e dignitosa. Questo è il punto (batte le nocche sul tavolo ndr). Non sempre ce la facciamo, ma in molti casi sì.

La sorte della Ferriera è un tema caldo, su cui lei è intervenuto in prima persona. Qual è il suo rapporto con il patron di Siderurgica Giovanni Arvedi?

L’ho incontrato diverse volte. È un cattolico molto fervente. La prima volta che è venuto a trovarmi qui l’ho portato a vedere la cappella dell’episcopio. Volevo illustrargliene le bellezze architettoniche, lui mi ha detto: “Prima preghiamo e poi mi spiega”. Lui ha tentato di bonificare non un luogo, ma una situazione che era e resta difficile. Una ferriera nel cuore di una città è di per sé qualcosa che non sta né in cielo né in terra.



Che soluzioni vede?

Io credo che la chiusura dell’area a caldo sia inesorabile. Istituzioni e società devono farsi carico della ricollocazione dei lavoratori. Anche il contributo delle forze sindacali va in questa direzione: lo stanno facendo con grande serietà, determinazione e lungimiranza. Meritano un plauso. Ma il vero problema di Trieste non è questo.

E qual è?

Né la Ferriera né il Porto vecchio, i temi di cui si parla sempre. La città vive una drammatica crisi demografica. Sto facendo la visita pastorale e trovo una marea di anziani soli, malati, spesso in balia di sé stessi. Questo è il problema. Bisognerà pensarci seriamente, perché il funerale di Trieste non lo celebrerò io né il mio successore. Ma il vescovo successivo potrebbe trovarsi con una popolazione dimezzata.



Come valuta l’operato della giunta Dipiazza? Ha il chiodo fisso del decoro.

In dieci anni ho avuto a che fare con due amministrazioni di colore e impostazione molto diversa. Devo dire che con i due sindaci, i due Roberti, il rapporto è stato buono. Con Cosolini ho affrontato alcune problematiche legate al disagio giovanile in seguito all’omicidio di Gretta, ricordo la marcia che facemmo a Roiano. Anche con questa giunta la collaborazione è corretta e positiva. Devo dire che ho tentato di non privilegiare né una né l’altra, mantenendo saldi i margini della Libertas Ecclesiae, ma ci sono state sane, solide e feconde collaborazioni. Non tocca poi al vescovo dare le pagelle. Ogni amministrazione dà le sue priorità, anche il decoro è importante in una città che vive tanto di turismo.

Una critica da fare?

In questi dieci anni la città è diventata meta gradita di tanta gente. È un processo positivo dal punto di vista economico e culturale. Ma la città non è solo il centro. Trieste è anche le sue periferie, che oggi come ieri sembrano un po’ abbandonate. Lo sto constatando durante questa visita pastorale: ad Altura non c’è un negozio. A Longera c’era un negozio, una farmacia, un bar, e ora non c’è più niente. Se non ci fossero le parrocchie, cosa resterebbe? L’altro giorno ho presieduto una messa e poi sono andato a pranzo con la comunità parrocchiale: novanta fedeli. Per un vescovo è una grande gioia. Ma non basta. I due Roberti si facciano qualche domanda.

Lei sposta i parroci. Non si sradicano rapporti coltivati nel tempo?

Ma è normale. È la responsabilità del vescovo. I parroci si ammalano, muoiono, eccetera. Tu ne trovi un altro, poi si libera un posto da riempire e via dicendo. Il mio metodo consiste nell’incontrare prima i sacerdoti e valutare i bisogni delle comunità. In dieci anni non ho mai avuto la necessità di imporre l’obbedienza, i parroci mi hanno sempre detto di sì. Questo va a merito del clero di Trieste: è un clero obbediente e buono, che io ringrazio di cuore.



Nel mondo cattolico affiorano correnti molto critiche nei confronti del pontefice. È un fenomeno che esiste anche a Trieste in ambiti tradizionalisti.

Io le posso assicurare che San Paolo VI è stato bastonato mille volte di più di Papa Francesco. Papa Benedetto è stato bastonato all’inverosimile, molto probabilmente l’hanno costretto a dimettersi. Non c’è Papa, non c’è mai stato un Papa, che non sia anche dentro un tormento di aspettative e critiche. Il ministero papale è un ministero crocifisso. E così è anche quello di Papa Francesco. A me hanno insegnato una cosa, quando ero un giovane prete: il Papa e il vescovo non hanno nome. Bisogna voler bene al Papa e al vescovo. E così cerco di fare.

Nella politica italiana è in voga appellarsi alla fede. A livello nazionale abbiamo visto ministri che baciano rosari ai comizi, ma anche qui a Trieste c’è chi si richiama al “nostro Dio cattolico” per giustificare le proprie idee. Che rapporto c’è fra identità e fede? Si può fare di Cristo una bandiera?

Ci sono anche ministri che come prima cosa, appena insediati, propongono di togliere i crocefissi dalle scuole. Direi che tutto nasce da quando nel preambolo di trattato per la Costituzione europea non si è voluto inserire il riferimento alle radici cristiane ed ebraiche dell’Europa. La responsabilità di quella scelta è tutta del governo francese e del governo belga. Da lì partono purtroppo le tendenze di chi, da una parte, rischia di strumentalizzare la fede come di chi, dall’altra, rischia di negarne la valenza negando quindi radici, storia, identità. Da questo punto di vista è una brutta stagione. Se l’Europa, Italia compresa, avesse valorizzato le proprie radici nel rispetto del principio di laicità, le scelte sarebbero state migliori per tutti. Così purtroppo non è stato.

Qual è stato il momento più difficile in questo decennio?

Il suicidio di don Maks Suard (il prete che si è ucciso nel 2014 in seguito a un’accusa di pedofilia ndr). È stato un dolore indescrivibile, hanno scritto di tutto e di più ma la verità sta nel cuore del vescovo. È una verità dolorosa perché è venuto a mancare in maniera tragica un figlio. Adesso è nelle mani di Dio, che sono mani giuste e misericordiose. E qui mi fermo.



Quale invece il momento più bello?

Quando ragazzi e ragazze, giovani uomini e donne, vengono da me e aprono il loro cuore, dicendomi che sono pronti a donare la loro vita al Signore e alla Chiesa. Farei un esempio.

Sentiamo.

Sabato scorso ho ordinato tre diaconi: due erano ingegneri, uno era agronomo. Tutti lavoratori. Eppure hanno scelto la Chiesa. Due anni fa è venuta da me una ragazza che lavorava a livelli molto alti nella sanità: ha lasciato tutto ed è andata in monastero. In questi casi trovi il miracolo, tocchi con mano quel che Dio è capace di fare dentro le anime. Un ragazzo che quest’anno entra in seminario ha lasciato un dottorato di ricerca in biotecnologie a Trento per seguire la vocazione, dopo un anno di riflessione. Ora dovrà fare un altro anno di approfondimento vocazionale, poi altri sei di preparazione.

Non è un percorso semplice.

Ma i ragazzi lo affrontano con grande consapevolezza. È una grazia incomparabile di cui alle volte non sono degno. Ma è molto bello. Dio c’è, Dio opera, Dio continua a far miracoli. Pensiamo a quando si apre il giorno anche qui a Trieste: quante persone pregano, aiutano il prossimo, sono disponibili all’aiuto concreto nonostante tutte le rogne, le difficoltà, i problemi. È questo il popolo che manda avanti la città. È un popolo anonimo, non arriva sui giornali o in televisione. Ma sono loro a mandare avanti la città.

Quand’è arrivato si diceva che il suo passaggio a Trieste sarebbe stato temporaneo. Resterà qui o la aspettano altre mete?

Ma no, per carità. Qui sono e qui resto. Felice. —


 

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