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L’Università del caffè compie vent’anni. Daria Illy: avanti con l’innovazione

Daria Illy fotografata da Francesco Bruni

Il centro di formazione e divulgazione conta oggi 28 sedi nel mondo. «Siamo al lavoro su una rete sempre più ottimizzata e coesa»  

TRIESTE vent’anni di Università del caffè da festeggiare con una serie di iniziative - la prima sabato e domenica con un Open day - tra cui una convention che vedrà riunite nei prossimi mesi a Trieste le sedi di tutto il mondo. Progetti mirati a consolidare la sinergia fra i centri di formazione. E un approccio «joyful», gioioso. A parlare è Daria Illy, alla guida della Direzione cultura del caffè (al cui interno è stata assorbita l’Università) che illycaffè ha istituito pochi mesi fa per dare impulso allo sviluppo della conoscenza della filiera. Nell’azienda di famiglia dal 2009 (fu il nonno Ernesto, ricorda citandolo spesso, a indurla a entrarci) Daria Illy - figlia dell’ex sindaco e governatore Riccardo - ha iniziato in quell’anno la sua «seconda vita» professionale tornando a Trieste dopo avere lavorato a lungo nel campo del wellness (prima che in Scienze della nutrizione si è laureata in Scienze motorie). Siede nel board di illycaffè dal 2017, e da quest’anno in quello del Gruppo.



Come si inserisce la nuova Direzione nella strategia aziendale?

Illy si è sempre concentrata moltissimo su scienza e formazione. Vogliamo ora rimarcare la nostra leadership di pensiero, con un asset aziendale in prima linea a valorizzare l’insieme di conoscenza, competenze e contenuti ricercati e sperimentati in questi anni.

Quale impronta intende dare alla Direzione?

Il sogno di mio nonno Ernesto era una Università del caffè - oggi il braccio operativo della Direzione - che portasse nel mondo la conoscenza dell’intera filiera. Ora celebriamo i vent’anni di Università con 28 sedi nel mondo, una rete capillarizzata per una cultura omogenea che cerchiamo di diffondere. Vorrei comunicare valore in modo più “joyful”, giocoso, e attrattivo: non solo il messaggio dei contenuti rigorosamente scientifici, ma anche soluzioni e opportunità per cui la cultura del caffè diventa un asset a servizio dell’azienda e del marketing creando un valore aggiunto. Mio nonno diceva che l’innovazione è disobbedienza andata a buon fine: ecco, stiamo diventando più colorati e tecnologici, pur se rigorosi nel metodo. L’open day è un modo per festeggiare - abbiamo creato una tazzina per l’occasione - ma anche per fare un regalo a Trieste, che ci ha dato tanto. Poi ci sono i progetti istituzionali legati al piano pluriennale.



Come si guarda alla concorrenza?

Appena entrata in questo ruolo ho svolto un’analisi ampia su scala internazionale: su formazione ed educazione siamo stati presi ad esempio. La sfida sarà essere di nuovo pionieri e fare qualche altro passo.

Ci sono aperture di nuove sedi dell’Università del caffè in programma? Magari negli Usa, dove illycaffè vuole espandere la rete retail?

Siamo arrivati a formare oltre 27 mila persone all’anno tra coltivatori, professionisti e consumatori, in misura diversa nelle varie aree del mondo. Ci siamo espansi molto velocemente. Ora ci concentriamo piuttosto nel rinvigorire il patto con le Università e rafforzare l’esistente: sto lavorando a una rete sempre più ottimizzata e coesa.

Uno dei fronti su cui il gruppo Illy è attento è quello della sostenibilità. Qual è il lavoro della Direzione su questo versante?

Il mondo del caffè è molto vicino, per la prima parte della filiera, ossia l’agricoltura, alle linee guida tracciate dall’Onu. Per me i ruoli della donna - tutto funziona meglio quando è investita di maggiore responsabilità - e della formazione intesa anche come creazione di valore impattano direttamente su alcune di queste. Stiamo cercando di lavorare molto con i produttori di vari Paesi educandoli alle pratiche agronomiche migliori, che portano a un migliore uso di risorse senza dissipazione, ma anche alla migliore amministrazione: sostenibilità ambientale e sociale. Mio nonno già negli anni ’70 parlava di sostenibilità come responsabilità verso le generazioni future.

Lei a oggi è l’unico esponente della quarta generazione Illy nel board di illycaffè. Come si affronta il nodo sempre delicato del passaggio generazionale?

Noi nove cugini siamo stati tutti abituati a lavorare fuori dall’azienda, a porci con rispetto ed etica rispetto a tutti gli altri manager, e spronati a fare ciò che ci interessa. Ci stanno allevando a essere buoni amministratori. Per noi il passaggio generazionale è parte di un processo meritocratico e non dato per scontato, e questo ci incentiva a continuare a formarci. Le cose sono state fatte con grande studio, direi, e auguriamoci che vada tutto come previsto dal nonno, il primo a proporre il patto di famiglia.

Di certo lei è partita da un contesto privilegiato. Ha mai combattuto con l’idea di doversi sentire all’altezza?

All’inizio ho combattuto molto con l’idea del “tanto questo succede perché è una Illy”. Ogni giorno comunque bisogna lottare per sentirsi all’altezza: ci si aspetta molto da tutti noi, siamo una famiglia di perfezionisti.

Il consiglio più importante ricevuto da suo padre Riccardo e suo zio Andrea Illy?

Mio padre mi ha insegnato a voler chiudere sempre il cerchio, lasciando segni dal punto di vista qualitativo e quantitativo. Andrea mi ha insegnato a continuare a studiare sempre. E anche, altra cosa, l’umiltà. —


 

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