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«Un’unica Bosnia multietnica»: il progetto scatena la bufera

Nel documento approvato dal partito bosgnacco Sda non si parla delle due entità ma di un superamento degli accordi di Dayton. Il serbo Dodik: incitano al conflitto

Stefano Giantin
2 minuti di lettura

Una spirale negativa sempre più profonda. È quella in cui sembra essere precipitata la Bosnia-Erzegovina, Paese dove ogni passo incauto - voluto o meno - rischia di trasformarsi in un serissimo conflitto politico.

Ad accendere l’ultma miccia è stato il mega-congresso dell’Sda, il maggior partito bosgnacco, retto dal suo storico leader (ed ex membro della presidenza tripartita) Bakir Izetbegović: congresso dal quale è stata lanciata una vera e propria bomba. Si tratta del programma a lungo termine dell’Sda e di una “risoluzione” adottata dal partito a proposito dell’assetto costituzionale del Paese, di uno Stato che andrebbe riformato partendo dalle fondamenta, superando la struttura definita dagli accordi di pace di Dayton.

Come farlo? Nei documenti programmatici, il partito di Izetbegović ha suggerito di smantellare, sul lungo periodo, l’attuale assetto istituzionale, creando una «Repubblica della Bosnia ed Erzegovina», retta da «tre livelli di governo», quello centrale e da quelli regionali e locali. E le due attuali entità politiche che compongono attualmente la Bosnia? Non vengono menzionate nel documento, dove invece si parla, per il futuro governo locale, di «cinque o più regioni multietniche, formate sulla base di standard economici, geografici, storici» e di non meglio «precisati principi europei», oltre che di una Sarajevo «capitale» potenziata – ossia con più territorio - di uno Stato ben più centralizzato di quanto lo sia oggi.

L’obiettivo, comprensibile sulla carta, è quello di dire basta «a tutte le divisioni etniche, territoriali e istituzionali», e sì invece alla nascita di uno Stato più snello e funzionale, «regionalizzato e sociale», che ambisca a una rapida entrata nella Ue e nella Nato, obiettivo quest’ultimo profondamente avversato dai serbo-bosniaci.

Quali sono le chance che il documento si traduca in qualcosa di concreto? Vicine allo zero, per ora, perché la risoluzione, assieme agli altri documenti programmatici, è più la «lista dei desideri dell’Sda e delle politiche che vogliamo applicare» e «nulla sarà raggiunto con la forza, solo col consenso», ha assicurato Izetbegović. Ma le rassicurazioni non sono bastate a placare la bufera scoppiata a causa della risoluzione, in particolare a Banja Luka – ma anche a Belgrado – dove il documento è stato letto da maggioranza e opposizione come una “promessa” della dissoluzione dell’entità politica dei serbi di Bosnia, la Republika Srpska, con preoccupazione diffusa - per ragioni diverse - anche tra i croati-bosniaci.

A tuonare contro l’Sda, tra i tanti, è stato Milorad Dodik, il leader nazionalista serbo-bosniaco oggi alla presidenza tripartita, che ha parlato di risoluzione incostituzionale, che incita al conflitto. La Rs non si tocca, i «musulmani» si facciano la «Republika BiH nei loro cinque cantoni», ha attaccato, promettendo che i partiti serbo-bosniaci faranno fronte comune contro l’idea. Ma critiche sono giunte anche da Belgrado, che per bocca del presidente Aleksandar Vučić ha ammonito che la Serbia valuterà la risoluzione dell’Sda e ha avvertito che Belgrado è «Paese garante dell’applicazione degli accordi di Dayton»; mentre la premier serba Ana Brnabić ha definito il documento «pericoloso».

Ma le mosse dell’Sda non sono piaciute neppure all’Assemblea nazionale dei croati di Bosnia, che ne ha «rigettato fini e modalità» e ha denunciato che l’idea è «completamente inaccettabile per l’esistenza e la stabilità» del Paese, che ne sarebbero compromesse. A ricordare che la Bosnia «è composta da due entità», la Federazione e la Rs, «determinate dalla Costituzione» è intervenuto ieri anche l’Alto rappresentante della comunità internazionale, che ha ribadito che ogni «modifica dell’organizzazione interna della Bosnia deve avvenire rispettando le procedure costituzionali e coinvolgendo i popoli costituenti». Ed evitando nuove provocazioni, da qualunque parte arrivino. —


 

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