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Come far passare il passato

Tentare si può. Ieri, abbiamo letto la lettera appello di un gruppo di giovani che si ritrovano sotto la sigla TryEste (tentare, appunto) rivolta ai concittadini e soprattutto coetanei di Rijeka/Fiume: «Noi siamo convinti che le nostre città, Trieste/Trst/Triest e Rijeka/Fiume, non siano solo italiane; ma anche slave, germaniche, ungheresi, levantine, e via dicendo».

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L'inaugurazione della statua dedicata a D'Annunzio 

«A Trieste il passato non passa: pare che siamo sempre al 1946, in un’atmosfera che coglie ogni pretesto per creare fronti contrapposti e scomunicarsi a vicenda. Il classico “maledetti slavi e maledetti fascisti”. Una cosa inspiegabile rispetto a pagine che dovrebbero essere consegnate alla storia, dal momento che Italia, Slovenia e Croazia fanno parte di una stessa comunità politica. Sarebbe ora di smetterla: non si può accettare il ricatto della nevrosi e non far nulla».

Tra i tanti contributi che Il Piccolo ha raccolto in questi giorni, tentando di riflettere a 360 gradi intorno alla statua dedicata a Gabriele D’Annunzio, si può scegliere quello del professor Ernesto Galli Della Loggia. Secondo il quale «una riconciliazione può esserci, ma servono gesti coraggiosi» e lui ne cita esempi importanti, pescando nella storia recente. Ma intanto restituisce a Trieste la patente che buona parte degli osservatori gli affibbia: di città irrisolta e irresoluta, irredenta nel senso di non riscattata dal suo passato e dalla sua parziale, nel senso che non supera il pregiudizio di parte, interpretazione.

Eppure cambiare si può, o almeno provarci, anche a piccoli passi, anche partendo da un giudizio totalmente negativo sull’operazione D’Annunzio e su chi l’ha portata avanti (diverso, diversissimo da quello che da intellettuale ha espresso Galli Della Loggia) e che qui interessa relativamente poco. Ieri, ad esempio, abbiamo letto la lettera appello di un gruppo di giovani che si ritrovano sotto la sigla TryEste (tentare, appunto) rivolta ai concittadini e soprattutto coetanei di Rijeka/Fiume: «Noi siamo convinti che le nostre città, Trieste/Trst/Triest e Rijeka/Fiume, non siano solo italiane; ma anche slave, germaniche, ungheresi, levantine, e via dicendo».

«Non possono essere storicamente associabili solo a una nazionalità - prosegue la lettera - perché sono state la casa, il porto sicuro, il luogo degli affetti, delle fortune economiche, delle lotte per l’emancipazione di tante persone dalle diverse lingue, culture, storie, religioni, tradizioni. Incontrarci, conoscerci, tessere legami e progetti condivisi è la risposta migliore che, insieme, possiamo dare a chi dall’alto cerca di dividerci con retoriche e linguaggi d’odio che devono appartenere al passato».
 
La lettera indica con semplicità un’occasione ormai alle porte: quel 2020 in cui Trieste con Esof sarà la capitale europea della Scienza e in cui Rijeka/Fiume vestirà i panni di quella della Cultura, cioè ci sarà un doppio motivo in più per fare reciprocamente la strada e scoprirsi a vicenda, stabilire relazioni diverse e consolidare quelle comunque esistenti, con uno sguardo al futuro e non alle ferite irrimediabili se non dallo studio responsabile e non strumentale della storia.
 
Un’ingenuità estemporanea? Una provocazione per quanto pacifica? Può darsi. Ma intanto un segno, un esempio di dialogo possibile, di clima di convivenza e scoperta. Persino un richiamo a quello che nella storia recente poteva e doveva essere il tratto veramente distintivo per Trieste, territorio che reclama per sé da sempre il titolo della particolarità e della non assimilabilità ad altro: l’attenzione verso i Paesi e le genti dell’ex Jugoslavia, la capacità di immaginare e costruire rapporti nuovi, dentro i quali essere porta e porto di una nuova Europa in faticosissima costruzione, crocevia ma anche faro o guida di scambi (non solo commerciali) tra partner di una crescita comune e non tra concorrenti di un mercato che non ha più muri. Per crescere e darsi una nuova e compiuta identità. E magari poter smentire prima o poi chi da lontano dice che a Trieste il passato non passa. E insieme deludere gli ancora molti triestini a cui piace tantissimo sentirselo dire e ripeterlo, mentre si guardano allo specchio sperando che le crepe nel vetro nascondano le rughe meglio di quanto può fare nel vento il sole di Barcola. —


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