Monfalcone, mamma di disabile fa appello all’Ater: «Datemi una casa al pianoterra»

La carrozzina di Daniel

Il giovane affetto da microcefalia non si rende conto dei pericoli e potrebbe cadere dalla finestra o dalle scale

MONFALCONE Una vita a finestre chiuse, come una palpebra sprangata sul mondo. E non importa se fuori c’è il caldo dei tropici o la brezza si fa largo con schiaffi robusti: da due anni le persiane amaranto, al terzo piano di via Aquileia, restano sigillate. In quell’appartamento, un dignitoso alloggio Ater sui 60 metri quadrati, ci vivono una madre e i due figli. Il minore, che chiameremo Daniel, sulla carta d’identità ha 12 anni, ma la sua maturità, nel raziocinio, si è fermata a 5. Tifa Milan, ama le tartarughe e i bus in miniatura, con cui predilige giocare, e quando sorride è come se di colpo entrasse la primavera in casa. È venuto al mondo portando con sé una malattia rara, la microcefalia: il suo cervello ha un volume inferiore, per questo è cresciuto con ridotte capacità cognitive rispetto ai coetanei. Due anni fa ha imparato a camminare, fino a prima gattonava. Una gioia incontenibile per la mamma. E nello stesso tempo un fardello: quella casa al terzo piano, per lei e il figlio, è diventata una trappola, insita nel possibile rischio d’una caduta accidentale da un varco. Ecco le finestre chiuse.

La finestra con le persiane amaranto (Bonaventura)


Ora la mamma di Daniel non ce la fa più: da mesi, pur essendo molto affezionata alla casa, che se non fosse per questo problema non cambierebbe mai, chiede ad Ater un alloggio al pianterreno. Sulla carta – il bambino è invalido al 100% e gli è stata riconosciuta la legge 104 – ne ha diritto. Le hanno detto però di attendere un bando apposito (a marzo) per il cambio alloggio. E lei, pazientemente, ha atteso, producendo certificati e relazioni, insomma ogni scartoffia richiesta. «Mi avevano spiegato – racconta – che a maggio avrei saputo qualcosa, ma siamo ad agosto e ancora nulla».

Non sarà l’unica, pertanto, a vivere nell’incertezza. Nel frattempo la situazione è diventata molto difficile. «L’Ater non consente neppure di inserire il climatizzatore – prosegue – e così noi ce ne stiamo qui, con le finestre chiuse». Sua sponte la donna ha fatto mettere dei chiavistelli, di modo che Daniel non le possa aprire. Ma ormai il figlio ha superato il metro e mezzo d’altezza, pesa una cinquantina di chili e per quanto la madre gli stia sempre appiccicata, ci sono dei momenti, per esempio quando deve farsi una doccia, in cui gli occhi non possono posarsi su di lui per evitare che spalanchi gli usci e, spinto da curiosità, si sporga troppo. Daniel non è capace di cogliere i rischi e, come racconta la sua mamma, si entusiasma proprio davanti al pericolo.

«Non nego – riferisce sempre la donna – che quando ho una necessità fisiologica, me lo porto dietro in bagno, per paura che possa succedere qualcosa». Ma che vita è? «Eppure, spiega, proprio al pianterreno del mio stesso stabile – sottolinea – si sta attrezzando un alloggio sfitto per affidarlo a disabili, con tutto a norma di modo che conducano una vita autonoma...Ho chiesto che ci venisse assegnato, perché ormai il bambino è cresciuto, ha una certa corporatura e io mi spezzo la schiena a issarlo dalla vasca, non attrezzata alla sua situazione: è destinato ad altri. Perché non si assegna l’appartamento a un minore disabile anziché ad adulti? Dovrebbe avere priorità».

«Le sue condizioni sono certificate, come la difficoltà a staccarsi da un contesto consolidato – ancora la mamma –, per questo credo che sarebbe importante farci restare qui. Invece l’assessore Garimberti, da cui mi sono subito congedata dopo aver sentito la proposta, mi ha riferito di una disponibilità al pian terreno in via Bagni. Io ho la patente, ma non l’auto: come dovrei fare, d’inverno e con la pioggia, a spingere a piedi la carrozzina di Daniel fino alla sua scuola rionale, dove è integrato e sta benissimo?». —




 

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