La Commissione Ue boccia i prestiti del governo cinese ai Paesi ex jugoslavi

Il monito: rivolgersi a Pechino piuttosto che a Bruxelles può portare a un livello di indebitamento pericoloso

BRUXELLES I Paesi balcanici ancora fuori dall’Unione europea, ma lanciati verso una più o meno remota adesione, hanno imboccato una strada sbagliata. È quella che prevede di rivolgersi, cappello in mano, alla Cina alla ricerca di prestiti solo all’apparenza “facili”, ma che potrebbero in realtà rivelarsi controproducenti sul lungo periodo. E Bruxelles, preoccupata, ha tutta l’intenzione di lanciarsi in un «dialogo» che convinca soprattutto Belgrado, Podgorica, ma anche Sarajevo e Skopje, a invertire la rotta. Prima che sia troppo tardi.



È questa la strategia che l’Ue metterà in pratica nel prossimo futuro, per evitare un giorno di ritrovarsi nuovi membri Ue altamente indebitati e dunque controllabili o quantomeno influenzabili da potenze straniere. Come la Cina. Strategia che è stata delineata da Maja Kocijančič, una delle portavoce della Commissione europea, chiamata a far conoscere la posizione di Bruxelles sulle questioni balcaniche e sull’allargamento. Kocijančič che, parlando a Radio Europa Libera (Rse), ha svelato che l’Ue ha l’intenzione di «intensificare il dialogo con i Paesi dei Balcani occidentali» per quanto riguarda il finanziamento di grande opere infrastrutturali e altri tipi di investimento, cercando di convincere i leader balcanici a essere prudenti nella ricerca di partner da cui ottenere preziosi fondi per le infrastrutture, ha reso noto Rse.

A preoccupare sono in particolare i finanziamenti cinesi che, ha spiegato Kocijančič, vengono elargiti «esclusivamente in forma di prestiti con significativi obblighi finanziari» per gli Stati beneficiari. «Per questa ragione – ha continuato la portavoce Ue – i governi della regione dovrebbero usare estrema «cautela». Cautela, perché i prestiti dalla Cina potrebbero «porre le economie» dei Balcani «in uno stato di alto livello debito» che potrebbe «in futuro» tradursi «nel trasferimento di controllo di risorse strategiche» e infrastrutturali in mano straniera. Non solo. I Paesi balcanici che vogliono entrare nella Ue devono sì modernizzare le proprie infrastrutture, ma per farlo devono rispettare le regole Ue, «in particolare gli appalti pubblici», in modo da «proteggere la sostenibilità dei prestiti e gli investimenti», ha aggiunto Kocijančič. Che ha ribadito che l’Ue rimane il partner-chiave per la regione – con il 70% di scambi e investimenti, il 60% degli investimenti diretti – e che Bruxelles, a differenza di Pechino, offre aiuti e fondi per le infrastrutture a tassi più che favorevoli.

Allarmi e suggerimenti, quelli della Ue, che non sono inediti. Già nel 2018, in documenti sulla strategia d’allargamento, l’Ue aveva avvisato che «il livello degli investimenti cinesi» nei Balcani «è in aumento», ma «di frequente» essi non tengono in considerazione «la sostenibilità finanziaria e possono tradursi in alti livelli di indebitamento». Uno scenario, quest’ultimo, che si sta già concretizzando. Secondo dati del think tank Merics, relativi al 2018, il debito del Montenegro oggi "appartiene"al 40% alla Cina, quello della Macedonia del Nord al 20%, la Bosnia il 14%, la Serbia il 12%, tutte nazioni che hanno puntato su Pechino per rinnovare o costruire ex novo ferrovie, ponti, autostrade e centrali elettriche, ma anche impianti siderurgici e porti, con la Cina più che felice di poter esercitare influenza e pressioni sulla regione. «Forse abbiamo sovrastimato la Russia e sottostimato la Cina» per quanto riguarda l’espansione nei Balcani, aveva ammesso in primavera anche il commissario Ue all’Allargamento, Johannes Hahn. Il rischio, quello che il Munich Security Report ha chiamato la «diplomazia della trappola del debito» diventi sempre più significativo, trasformando i Balcani nel cortile di casa di Pechino. E non della Ue. —


 

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