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Primo Gay Pride a Sarajevo in piazza duemila persone

«Ci battiamo per le nostre vite»: la sfilata pacifica in una città blindata per timore di incidenti. Contromanifestazione e messaggi di condanna letti nelle moschee

Stefano Giantin
2 minuti di lettura

SARAJEVO Più di mille agenti in strada, cecchini sui tetti, agenti dei servizi di sicurezza sguinzagliati in una città blindata, barriere, controlli serratissimi per evitare incidenti, tenendo lontani i provocatori. E centinaia di membri della comunità Lgbt bosniaca, che per la prima volta – ultimi nell’ex Jugoslavia – hanno potuto sfilare pacificamente chiedendo più diritti. E di poter vivere senza paura e senza doversi nascondere. Ieri a Sarajevo nella centralissima via Tito è andata in scena la prima “Povorka ponosa”, la marcia per i diritti Lgbt cui hanno partecipato, tra bandiere arcobaleno e slogan per tolleranza e diritti, oltre duemila persone secondo le stime più attendibili: ne erano attese 500, è stato dunque un numero più che significativo per un Paese dove gli attacchi omofobici e la violenza contro gay e lesbiche avevano fatto scandalo, nel 2008 e nel 2014.



Quest’anno tutto è andato liscio anche grazie alle massicce misure di sicurezza, malgrado i timori della vigilia e gli appelli di alcuni partiti a cancellare l’evento. «Oggi le persone Lgbt smettono di essere invisibili e annunciamo che ci battiamo per le nostre vite», ha detto Lejla Huremovic, del Sarajevo Open Center. «Gli omofobi ci attaccano, non ci riconoscono, non c’è una battaglia istituzionale» per i diritti, ha aggiunto Branko Culibrk, uno degli organizzatori del Pride concluso con un “Bella Ciao” in piazza.

A protestare contro la “Povorka” - cui hanno partecipato anche l'ambasciatore Usa a Sarajevo Eric Gordon Nelson, e altri diplomatici stranieri e politici locali - un centinaio di persone coinvolte dall’organizzazione Iskorak, scese in strada – ma senza violenza – per «dire no alle deviazioni nella società», ma tenute lontane dalla manifestazione principale per evitare incontri ravvicinati. «Un grande peccato è stato commesso contro la nostra città, terrorismo di una minoranza contro la minoranza», ha accusato Muhamed Kabahija, leader di Iskorak.

Ma a protestare contro il Pride erano stati a centinaia già sabato, scesi in piazza per celebrare «la famiglia tradizionale», sventolando bandiere bosniache e cartelli con figure stilizzate a sottolineare che la famiglia vera sarebbe quella composta da uomo, donna e i loro figli. «Perché non si rispetta la volontà della maggioranza?» e «La forza di una nazione si mostra nell’integrità della famiglia», recitavano alcuni dei manifesti. In contemporanea, in molte moschee del Paese, è stato letto un messaggio di condanna al Pride, invitando comunque i fedeli a non ricorrere alla violenza contro la manifestazione.

Il primo Pride nei Paesi dell’ex Jugoslvia fu organizzato in Slovenia nel 2001, seguito da quello in Croazia l’anno successivo. Sempre nel 2001, anche a Belgrado si tentò di mobilitarsi a sostegno del Pride, scatenando la rabbia e l’impeto di ultranazionalisti e hooligan. Solo nel 2014 una “Parada” si è svolta senza incidenti. Lo stesso è accaduto in Montenegro, nel 2013, in Kosovo, nel 2017 e in Macedonia, proprio quest’anno. E alla lista, da ieri, si è aggiunta anche la Bosnia, che ha superato quello che era anche e soprattutto un “test” di tolleranza e rispetto dei diritti. I problemi però rimangono, come conferma il suggerimento dato ai partecipanti al Pride sarajevese: quello di nascondere, dopo la marcia, ogni simbolo che rendesse riconoscibili così da evitare problemi ritornando a casa. —


 

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