Patuanelli, un triestino al governo per le crisi industriali

Stefano Patuanelli

Diciotto anni dopo il muggesano Bordon il senatore M5s diventa ministro. La parabola del fedelissimo di Di Maio dal Vaffa Day al ruolo di grande mediatore

TRIESTE A diciotto anni dalla sua prima e ultima volta, Trieste torna di nuovo al governo dalla porta principale. Il senatore del Movimento 5 Stelle Stefano Patuanelli è il nuovo ministro dello Sviluppo economico del governo giallorosso, pur essendo stato accreditato alle Infrastrutture fino alla notte dell’ultima trattativa, quando il quadro si è composto portando ai Trasporti la dem Paola De Micheli, per la probabile volontà del Pd di non avere un grillino chiamato a dirimere i differenti punti di vista su Tav, autostrade e grandi opere.



Fino a oggi, l’unico triestino ad aver varcato due volte la soglia della stanza dei bottoni è stato il compianto Willer Bordon, ex sindaco di Muggia diventato ministro dei Lavori pubblici e dell’Ambiente negli esecutivi di centrosinistra di Massimo D’Alema e Giuliano Amato fra 1999 e 2001. Prima di lui toccò solo a esponenti friulani, tutti democristiani con poche eccezioni: Mauro Scoccimarro alle Finanze (1945-1947), il demolaburista Luigi Gasparotto alla Difesa (1947), Tiziano Tessitori alla Pubblica amministrazione (1968), Mario Toros agli Affari regionali e al Lavoro (1973-1976), il socialista Loris Fortuna alla Protezione civile e alle Politiche comunitarie (1982-1983 e 1985), il tecnico di estrazione azionista Livio Paladin più volte ministro per gli Affari regionali (1987 e 1993-1994) e Giorgio Santuz alla Funzione pubblica e ai Trasporti (1987-1989).

Ora tocca a Patuanelli gestire il non semplice ruolo programmatorio dello Sviluppo economico. Carriera folgorante quella del triestino, consigliere comunale d’opposizione alla giunta Cosolini e poi eletto da capolista al Senato, dove è stato designato capogruppo in forza del rapporto di vicinanza con Luigi Di Maio e Davide Casaleggio. Patuanelli è infatti iscritto alla piattaforma Meetup dal 2005 ed è fondatore del Gruppo Beppe Grillo Trieste. Era la stagione degli iniziati del Vaffa Day, che condivise con un giovane Di Maio, di cui è fedelissimo e a cui ora è chiamato a subentrare.



«La gestione del ministero sarà all’insegna della continuità – assicura – poiché la gestione Di Maio è stata molto positiva». Sulle crisi industriali aperte, a cominciare da quella dell’Ilva, Patuanelli spiega che utilizzerà «lo stesso metodo con parti sociali, imprenditori e lavoratori: dobbiamo creare lavoro e dare la possibilità alle imprese di continuare a produrre». Senza dimenticare la leva dell’ambiente come «motore economico per il Paese».

Nato nel 1974, sposato e padre di tre figli, il neoministro è laureato in ingegneria edile, lavora come libero professionista ed è esperto di sicurezza nei cantieri. Il cerchio magico pentastellato gli ha sconsigliato di tentare il bis in Comune nel 2016 per riservarsi la possibilità di usare il secondo mandato a Roma. È stato così eletto senatore da capolista in Fvg, diventando membro della commissione Lavori pubblici. Nelle ultime settimane il suo ruolo politico è cresciuto e Patuanelli è diventato uno dei principali mediatori della costruzione del nuovo governo con il Pd.

«L’ambizione – dice dopo l’ingresso nel Conte bis – è portare a compimento la legislatura: è giusto che in questo Paese si voti una volta ogni cinque anni e non dopo un anno e mezzo, quando i sondaggi cambiano. Ritengo che ci siano le premesse per fare un buon lavoro: il percorso è stato diverso questa volta, speriamo che diversa sia anche la durata di questo governo».

Il suo ingresso al ministero delle Infrastrutture era dato per fatto già nei mesi scorsi, quando il collega di partito Danilo Toninelli era entrato nel mirino della Lega per le polemiche sulle grandi opere. Così non è stato e così non sarà, nonostante i dem avessero aperto sul suo nome. A Patuanelli è toccato infatti in sorte lo Sviluppo economico, da cui potrà comunque occuparsi da vicino delle questioni riguardanti il Fvg, dove non sono pochi i tavoli di crisi aperti. —


 

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