Enti locali, la riforma slitta ma “resuscita” le quattro Province

Il consiglio regionale

Il centrodestra attende ancora le proposte targate Roberti e nella Lega avanzano tre ipotesi di lavoro firmate Bernardis

TRIESTE Era stata annunciata per fine anno, ma la riforma degli enti locali slitterà alla prima parte del 2020, in seguito a una riflessione interna alla maggioranza che sta per prendere il via.

Dopo lo stop al suo salto in avanti sull’auspicata unione amministrativa fra Trieste e Gorizia, l’assessore alle Autonomie locali Pierpaolo Roberti aveva annunciato a maggio di avere in tasca la bozza contenente la reintroduzione delle Province su base elettiva e di essere pronto al confronto subito dopo le europee. Nel centrodestra nessuno ha tuttavia ancora visto nulla, nonostante l’impegno a giungere all’approvazione nel 2019. Il gruppo consiliare della Lega scalpita e, in assenza di indicazioni dalla giunta, sta preparando uno schema che preveda varie opzioni di lavoro. Fra queste c’è il ritorno al passato, con il ripristino delle quattro Province tradizionali, opzione che da quanto trapela è al momento la preferita del presidente Massimiliano Fedriga.



Roberti sta ultimando la ricognizione delle funzioni da trasferire ai nuovi enti e pochi giorni fa si è fotografato sui social con il proprio staff di funzionari. «Al lavoro sulla riforma», scriveva nel post. Ma nel suo stesso partito c’è chi lamenta l’assenza di coinvolgimento dei consiglieri regionali, che ancora non sono stati aggiornati sui progressi dell’assessore da inizio legislatura. Il presidente della Quinta commissione (quella che seguirà l’iter della riforma) Diego Bernardis pare intanto prossimo a far circolare una bozza contenente le diverse ipotesi di riforma. Il testo vuole essere una base di confronto per il gruppo consiliare e per la giunta. Una volta stabilite le linee d’indirizzo e approfondito i conseguenti aspetti tecnico-legislativi, la Lega passerà al dialogo con gli alleati. Ma l’approvazione non avverrà prima dell’anno prossimo perché gli slot del 2019 sono già tutti occupati, fra audizioni, dibattito nella maggioranza, riforma della sanità e finanziaria.



Bernardis non conferma e non smentisce l’esistenza del documento, la cui stesura è stata affidata all’ex consigliere regionale Federico Razzini. Fonti interne al Carroccio dicono ad ogni modo che il testo sia quasi pronto e poggi su tre opzioni: ritorno alle quattro Province; creazione di un’area metropolitana della Venezia Giulia accanto alle Province di Udine e Pordenone; realizzazione di due enti territoriali denominati Trieste-Gorizia e Udine-Pordenone, capaci di mantenere le identità dei rispettivi territori e destinati nelle speranze leghiste a conquistare lo stesso grado di autonomia di Trento e Bolzano. La prima è considerata l’ipotesi più probabile, la seconda pare ormai superata dalla netta contrarietà isontina alla fusione con Trieste, la terza è ritenuta la via più coraggiosa ma anche quella con la costruzione più complicata.



Se ne parlerà in gruppo e con l’assessore, ma la decisione finale sarà imposta da Fedriga, che proprio oggi si confronterà con gli uffici e con Roberti sullo stato d’avanzamento del lavoro preparatorio della riforma. Il centrodestra ritiene che in tutti e tre i casi l’ente d’area vasta debba essere elettivo. «Rimaniamo di questa idea – dice Bernardis – ma pensiamo a enti numericamente più snelli per numero di consiglieri e assessori». Il nuovo governo giallorosso sarà tuttavia contrario al ritorno alle Province elettive: «Pd e M5s non sono mai stati favorevoli e questo sarà uno scoglio politico», riconosce il presidente della Quinta, che annuncia la volontà del centrodestra di «non arretrare e fare battaglia». Entro l’inizio di ottobre Bernardis conta di avviare in Commissione le audizioni di Anci, Consiglio delle autonomie e Comuni di peso. «Vogliamo ascoltare - dice il leghista - quanto più possibile, al contrario di quanto fatto con le Uti da chi ci ha preceduto. —


 

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