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Ferriera, i servolani divisi fra la voglia di aria pulita e l'ombra dei licenziamenti

Gli abitanti del quartiere: "Sono qui da 54 anni e da allora sento voci di chiusura". I comitati: "Siamo scettici perché la missione degli industriali è fare soldi, non il missionario"

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TRIESTE. Tra il quartiere di Servola e la Ferriera c’è un legame indissolubile, del resto molti di quelli che vivono nelle case tra via Dei Giardini e via Pitacco hanno lavorato o hanno un parente che faceva l’operaio e per questo il pensiero va ai posti di lavoro. Secondo Elisa la chiusura dell’area a caldo «potrebbe migliorare la situazione visto che in tanti dicono che inquina. Diciamo che sono preoccupata per gli operai e per come possono essere reimpiegati visto che anche mio padre ha lavorato là dentro». «Sono qua da 54 anni – racconta Maria – e sento le voci della chiusura da allora. Sarebbe una cosa bella però non credo più a nulla visto che troppe volte avevano promesso che sarebbero intervenuti. Io ho il nero in casa e la polvere. Per fortuna abito in un piano basso e sono più protetta».

Maurizio Urbano è passato a trovare la mamma che abita, invece, all’ultimo piano di una delle tante palazzine Ater della zona: «Siamo venuti qua negli anni ’60 e la gente neanche notava lo stabilimento. Ora è visto come il male assoluto quando una volta era il bene per la città. Le industrie inquinano e si sa. Diciamo che non è il posto ideale per un impianto siderurgico. Se dovessero chiudere l’area a caldo non deve essere a discapito delle persone che rischiano di perdere il posto». Carlo abita da 60 anni a Servola e ha anche lavorato nella Ferriera: «Per la polvere la chiusura dell’area a caldo è una buona notizia, per i lavoratori no. Sono preoccupato per il futuro degli operai».

Anche Mario è stato un dipendente dello stabilimento «quindi per me è difficile dire che deve chiudere. La polvere c’è sempre, lavori ne fanno pochi, dicono di farne tanti, ma non abbiamo miglioramenti. Io spero che si chiuda, ma spero anche che gli operai non perdano il posto di lavoro».

Chiede l’anonimato una signora che aveva il padre, il marito e il figlio impegnati in Ferriera: «Ho solo dei bei ricordi di quanto portavamo il pranzo a papà. Speriamo che un giorno si possa unire la produzione con la riduzione dell’inquinamento». Ideale Scuz evidenzia che «le persone che lavorano hanno diritto a lavorare, noi però sono 30 anni che sentiamo promesse a partire dalla politica e da Roberto Dipiazza che prima di diventare sindaco aveva promesso mari e monti. Vediamo ora come va».

La pensa in modo diametralmente opposto Barbara Cresevich: «Abito qua da sempre. Negli anni precedenti c’era tanto smog, ora posso dire che è cambiato totalmente. Bisogna incentivare perché le cose vadano ancora meglio, ma chiudere sarebbe follia perché non sappiamo dove mettere la gente che ci lavora». «Sono anni che parlano di chiusura – replica Milva – c’è qualche piccolo cambiamento, ma fino ad ora abbiamo solamente visto aumentare la polvere e l’odore. Guardiamo con diffidenza a questa apertura, non ci credo almeno fino a quando non vedrà qualcosa di concreto».

Anche Daniela non ha visto progressi: «Sono qua da tanti anni, ci sono troppi posti di lavoro in ballo e ora stanno anche per chiudere la Sertubi quindi non ci credo. Qua non si vive male, la zona è tranquilla, ma quando fanno la colata c’è puzza e poi ci sono i “brillantini” che si disperdono nell’aria. Magari chiudessero l’area a caldo, sarebbe finalmente un borgo felice».

Alda Sancin e il marito Ettore Bellanti abitano a Servola e da sempre sono attivi nel gruppo “No smog”, alla notizia dell’apertura del gruppo Arvedi per la dismissione dell’area a caldo sono scettici: «Abbiamo qualche perplessità perché Arvedi fa il suo lavoro da industriale e deve fare soldi, non il missionario. Ora che vuole parlare con i sindacati o capisce che la situazione è molto tesa o intravede qualche interesse nell’evoluzione dell’area a caldo. È strano poi che un industriale comunichi prima le sue volontà, probabilmente vuole alzare il prezzo». –

A.P.

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