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L’eterno limbo degli operai della Ferriera di Trieste: «Da anni voci e incertezza. Senza lavoro che faremo?»

Fuori dai cancelli dello stabilimento fra rabbia e rassegnazione: «A 50 anni che occupazione potrò trovare?». E qualcuno si scaglia contro la giunta Fedriga: «Vuole farci restare in strada»

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TRIESTE «Ormai ho 50 anni, non penso che se dovessero chiudere l’area a caldo della Ferriera troverei un altro lavoro». È una delle voci che vengono dallo stabilimento siderurgico di Servola, da dove gli operai escono alla chetichella alla fine del turno del mattino, poco dopo le 14.

C’è chi si accende una sigaretta, qualcuno guarda il cellulare, altri si fermano a parlare con i sindacalisti presenti. Quattro chiacchiere in particolare sul calcio mercato, poi il pensiero va al futuro, o meglio alle tante incognite che lo accompagnano. I più anziani sono quelli che lavorano nell’area a caldo, i più giovani solitamente sono impiegati invece nel laminatoio a freddo, l’impianto installato dal gruppo Arvedi. Quelli “nuovi” hanno poca voglia di parlare visto che alla fine il loro reparto non è quello a rischio: non manca la solidarietà verso i colleghi ma forse pesa di più la paura di dire qualcosa di sbagliato. Andrea Leo è uno della “vecchia guardia” ed è preoccupato: «Qua non si sa niente, si parla di qualcosa che dovrebbe avvenire a ottobre o novembre, le uniche cose che sappiamo le apprendiamo dai giornali e dalla televisione, dove fino a poco tempo fa dicevano che la proprietà voleva andare avanti sia con l’area a freddo che con l’area a caldo». Le voci di una possibile chiusura di quest’ultima lo preoccupano: «A 50 anni è normale anche perché non so come si andrà avanti. Ho una moglie e due figli e restare per strada a questa età non è pensabile. Il brutto poi è che nessuno parla chiaramente, solo promesse. Se ci guardiamo intorno però ci sono mille persone che rischiano di rimanere per strada». Massimiliano ha invece fretta e non vuole parlare più di tanto: «Io ho iniziato a lavorare qui nel 1997, due anni dopo ho fatto la prima cassa integrazione. Se questa esperienza dovesse finire, cercheremo altro», si lascia sfuggire andando via in motorino.

«Non si possono fare progetti né pianificare qualcosa perché non hai sicurezze e certezze – c’è amarezza nelle parole di Tihomir –, aspetti e speri. Sono qua dentro da 19 anni, non ho idea di cosa succederà in futuro. So che molti hanno un contratto a termine, e anche per loro non deve essere facile. Servono risposte e lasciare solo l’area a freddo non consente di riassorbibire tutte le persone che lavorano dentro l’impianto. Diciamo che ormai siamo rassegnati e ce ne facciamo una ragione. Poi è anche vero che se uno ha voglia di lavorare qualcosa potrebbe anche trovare in caso di licenziamento, però non è facile».

Luigi Saia è un fiume in piena, la rabbia verso le istituzioni è tanta: «La Regione sta lavorando per far sì che 430 persone più l’indotto restino a casa. Io ho 56 anni, ho tre figlie e sono anche nonno, i politici lavorano per farmi licenziare e se dovesse avvenire è giusto che sappiano che diventerò la loro ombra, visto che senza lavoro avrò tanto tempo libero». A spaventare Saia sono anche le promesse: Vorrei chiedere a questi “signori” cosa intendono quando parlano di riconversione. Io ho 50 anni, mi insegnano a fare l’idraulico e poi dove vado a lavorare? Ci sono già molti disoccupati in città, come pensano di rioccupare 400 persone in una volta sola? Viviamo in una città dove il comparto industriale è sotto il 10%, pensano che l’economia possa restare in piedi grazie a quattro navi da crociera? Le persone che lavorano alla Ferriera pagano le tasse che mandano avanti la città, e sono in tanti i miei colleghi che fanno questo ragionamento. Ho iniziato a lavorare qua dentro nel 2000: da allora ho paura a programmare il futuro e la politica non ha mai capito questa cosa».

Anche Stefano Hamerle lavora in Ferriera dal 2000: «È parecchio tempo che sentiamo queste dichiarazioni. Prima la vendita della banchina, poi la piattaforma logistica, la vendita ai cinesi e adesso la chiusura dell’area a caldo. Sinceramente non capisco come si possa pensare di dividere gli impianti che sono collegati tra di loro, così facendo il sistema rischia di non stare più in piedi. Diciamo che, da quando ho iniziato a lavorare a Servola, ho sempre la preoccupazione per quello che sarà il futuro, ho cresciuto mia figlia con l’ansia e faccio anche fatica a rassicurare la mia famiglia. Credetemi, non è facile». Alessandro ha poca voglia di parlare, si lascia andare a una dichiarazione veloce: «La preoccupazione c’è sempre, andiamo avanti e vedremo». —


 

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