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Sentenza della Corte svizzera: polizia croata picchia i migranti

I giudici negano il reinvio di un esule siriano nel Paese Ue perché considerato Stato che non garantisce i diritti umani. Un morto al mese sulla rotta balcanica

Mauro Manzin
2 minuti di lettura

ZAGABRIA La Croazia è con le spalle al muro. La sentenza emanata dal Tribunale amministrativo svizzero la inchioda alle sue responsabilità. La polizia di frontiera di Zagabria picchia, deruba e maltratta i migranti lungo la rotta balcanica, ha scritto il giudice elvetico, rotta dei Balcani la quale si sta sempre più trasformando in una via verso la morte dato che i decessi tra la Bosnia-Erzegovina e la Slovenia sono pari a uno al mese.

La sentenza svizzera è di portata storica e crea una serie di problemi “a cascata”, soprattutto per la Slovenia che respinge i migranti in Croazia, non da poco. Tutto nasce dalla vicenda di un profugo siriano che ha lasciato il suo Paese in guerra nel 2017. Ha attraversato la Turchia, la Grecia e, attraverso la rotta balcanica è giunto in Svizzera dopo essere stato respinto dalla Croazia in Bosnia-Erzegovina per ben 18 volte. In una di queste oocasioni, quando è stato catturato, è stato anche registrato proprio in Croazia e quindi immesso nel sistema europeo. Così quando è stato intercettato in Svizzera, la quale fa parte del sistema comune europeo di asilo, le autorità elvetiche volevano rispedirlo per l’appunto in Croazia. E qui la vicenda ha assunto i suoi risvolti giudiziari.


Davanti al Tribunale il migrante ha raccontato quanto aveva vissuto lungo la rotta balcanica. A ogni cattura è stato maltrattato e umiliato. «La cosa più terribile - ha detto come riportato dal Dnevnik di Lubiana tratto dal dispositivo di sentenza - è stato quando i poliziotti croati mi hanno pisciato addosso». Al terzo tentativo di oltrepassare il confine i poliziotti croati lo hanno picchiato sulle gambe. Il profugo ha esibito alla corte svizzera le foto delle condizioni in cui si trovavano i suoi arti inferiori. «Sul confine con la Bosnia gli agenti con la scacchiera hanno lanciato bombe lacrimogene contro i richiedenti asilo chiudendoli poi in un furgone». Il profugo ha raccontato che i poliziotti croati non prendono in alcuna considerazione le richieste di asilo politico, al contrario invece gli hanno rubato le scarpe i vestiti e il telefono cellulare. Per tutto quanto gli è successo oggi il migrante siriano vive in uno stato psicologico traumatico e ha già più volte tentato il suicidio.

La storia del profugo siriano è simile a quella di decine di altri rifugiati che sono state raccontate con dovizia di particolari e di foto sia dai media croati che da quelli sloveni e costituiscono il contenuto di dieci dossier consegnati alle organizzazioni internazionali dalle Ong che al confine tra Croazia e Bosnia si occupano di migranti. Ma finora, a parte le dichiarazioni ufficiali della polizia croata che ha negato qualsiasi uso della forza verso i profughi, non c’è stata alcuna reazione o presa di posizione.

Ma ora c’è la sentenza del Tribunale amministrativo svizzero che costituisce un precedente non da poco e potrebbe fare giurisprudenza. Infatti la domanda adesso è che cosa farà la polizia slovena quando intercetterà profughi giunti dalla Croazia? Li rimanderà nel Paese vicino? Potrà farlo visto che per i profughi non è certo diventato un Paese sicuro dove vengono loro garanti i diritti umani? Lubiana ha sempre replicato di non conoscere il modus operandi dei colleghi croati, anche se molti agenti sloveni, in dialoghi riservati e anonimi, hanno affermato di sapere che cosa aspetta quei rifugiati respinti in Croazia.

Croazia dove chi fugge dalla polizia per raggiungere l’Occidente, anche con l’aiuto di passeur, rischia la vita e molte volte muore annegato nei fiumi che cerca di guadare o salta in aria nei campi minati che ancora esistono dopo la guerra nella ex Jugoslavia. Un morto a mese, in base ai cadaveri ritrovati, ma molti restano quelli che nessuno andrà a cercare. —


 

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